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Il quasi vitello tonnato

tacchino tonnato

Nella giornata nazionale del vitello tonnato, pubblico una ricetta che non è di vitello, ma utiizza la stessa procedura per lavorare una carne diversa: il tacchino. E’ sicuramente più economico.

Fai lessare la fesa di tacchino in acqua salata a cui hai aggiunto ilsedano, la cipolla, la carota un cucchiaio abbondante di aceto e di olio.
Fai cuocere lentmento per un paio di ore e lascia reffreddare nel brodo.
Per la salsa passa al mixer il tonno, le acciughe dissalate e deliscate, i capperi, i tuorli d’uovo ben sodo. Aggiungi a filo l’olio extravergine di oliva e se necessita bel brodo di cottura. Aggiungi il succo di limone fino ad ottenere una salsa omogenea e non troppo densa.
Taglia il tacchino a fette sottili. Aggiungi la salsa e qualche cappero per decorazione.
Per ottenere i “fiori” dopo aver affettato la carne, con il tagliabiscotti, ricavare 5 cerchi sottili. Sovrapponi per un terzo i cerchi uno sull’altro; Arrotola i dischi Talia a metà il rotolo ottenuto in modo da ottenere due fiori. Allarga un poco la parte in alto dei “petali” in modo da farli assomigliare il più possibile a delle “roselline”. Appoggia i fiori così ottenuto su un cucchiaio abbondante di salsa. Aggiungi per ogni fiore un cappero.

tacchino tonnato

Ingredienti
800 g di petto di tacchino
1 cipolla
2 gambi di sedano
1 carota
1 cucchiaio abbondante di aceto
1 cucchiaio abbndante di olio e.v.o
sale q.b.

Per la salsa
150 g di tonno sott’olio
3 acciughe sotto sale
una mnciata di capperi
2 tuorli di uovo sodo
succo di un limone

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Crostata di riso

torta di risoNon sarà l’ultima ricetta a base di riso, ma sicuramente per il mese di aprile si, ne abbiamo fatto una bella scorpacciata. Chiudo il mese con una ricetta per il calendario del Cibo italiano, la GN delle Torte di Riso

In un robot da cucina con la lama di metallo, lavorate insieme brevemente la farina, il lievito e il sale. Unite il burro e azionate rapidamente il robot fino ad ottenere un impasto di briciole grandi quanto pisellini. Unite l’aceto e la minor quantità possibile di acqua ghiacciata e azionate rapidamente il robot.
Il composto dovrà essere friabile ma rimanere attaccato se si pizzica tra le dita. Se necessario, unite ancora un po’ d’acqua.
Trasferite in un sacchetto di plastica e impastate rapidamente attraverso il sacchetto finché il composto sta insieme.
Dividete l’impasto di 2/3 e 1/3, con ognuno formate una palla e avvolgetele nella pellicola e appiattitele a disco. Mettete in frigorifero per almeno 1 ora (meglio per una notte) prima di stendere la pasta.
Stendete la pasta friabile in un disco con uno spessore di circa 3 mm o più sottile.
Trasferite in una tortiera. Coprite con la pellicola e mettere in frigo per almeno 30 minuti poi cuocere in forno a 180° per circa 10 minuti.

fetta

In una casseruola bollire il latte con il sale, aggiungere il riso e cuocere per circa 20 minuti. Montare gli albumi a neve, con metà dello zucchero e il limone.
Raffreddare il riso, unire lo zucchero, il burro, i tuorli, uno alla volta e la buccia di limone grattugiata; alla fine aggiungere molto delicatamente gli albumi montati.
Versare il composto di riso nello stampo di frolla precedentemente cotto e infornare a 180° per circa 15-20 minuti.

crostata di riso

Ingredienti

160 g di farina
una punta di coltello di lievito per dolci
100 g di burro, freddo e tagliato a cubetti
3 cucchiai di acqua gelata
1/2 cucchiaio di aceto
sale

100 g di riso Arborio
90 g di zucchero
1/2 l di latte intero
30 g di burro
2 uova
buccia di limone grattugiata
sale

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La focaccia di Recco

focaccia di Recco

Durante l’ultimo weekend di marzo sono andata a Genova e tra le varie opportunità sfruttate in quel week end una è stata una “lezione” su come si fa la focaccia di Recco. Una sottilissima focaccia ripiena di un filante formaggio. Mi sembra quindi il momento giusto per celebrare la GN della Focaccia di Recco per il nuovo Calendario del cibo italiano

Il luogo della “lezione” è stato il Ristorante Manuelina di Recco, gestito oggi dai bisnipoti di Manuelina, oste da cui nel 1885 è partita la storia della focaccia, oggi famosa in tutto il mondo. Prodotto che nel 2012 ha ottenuto il riconoscimento IGP.
La focaccia di allora segue oggi un rigido disciplinare per il metodo di produzione, tutelato da un Consorzio.

la_focaccia

Assaggiata l’originale e seguite le indicazioni del Maestro del Manuelina, ho provato a ripetere la ricetta.
Le quantità del Maestro erano 7,7 kili di farina, 4 lt di acqua e 1,5 di olio corrispondente circa a l 1,3. e 10 kg di stracchino. Per 120 porzioni. il formaggio a porzione dovrebbe pesare 130 g. Fate voi le dovute proporzioni.
La farina è una farina di forza, loro usano una w400 che si fanno fare appositamente da un mulino. Lo stracchino che deve essere ben maturo, preferibilmente a due settimane dalla scadenza, è prodotto da un caseificio locale.

sopraesotto focaccia di Recco

Con acqua, farina, olio extravergine di oliva e sale si fa l’impasto che si lascia riposare per 1 ora, dopo il quale si dividono in pani più piccoli a seconda della quantità di teglie che devono essere prodotte. Dopo la divisione un altro riposo, perchè altrimenti la pasta stressata non renderebbe bene.
La prima difficoltà sta nella stesura dell’impasto che dopo un inizio con il mattarello viene stasa a mano, meglio dire a coi pugni, ed ovviamente è vietatissimo romperla, ma farla il più sottile possibile, meno di un millimetro.

la sfoglia stesa

Viene quindi stesa sul testo di rame, precedentemente unto con olio evo. Sulla superficie viene distribuito a mucchietti lo stracchino in maniera uniforme. Sopra viene appoggiata una seconda sfoglia che se possibile dovrebbe essere più sottile di quella alla base, che ricopre tutta la teglia. La sfoglia la si “preme” sull’impasto e si producono delle piccole rotture sulla superficie in modo che in cottura fuori esca il vapore e la pasta risulti croccante.

la sfoglia finita

Con il mattarello si comprimono i bordi della teglia in modo da tagliare la pasta eccedente. Un giro di olio e di sale e la focaccia è pronta per essere messa in forno già caldo. Tra i 270° e 320°.
Il forno di casa deve essere alla massima potenza perchè solitamente non arriva a quelle temperature, se possibile una volta inserita la teglia lasciare accesa solo la parte inferiore del forno, e spegnere quella superiore. Perchè deve asciugarsi maggiormente sotto, vista l’umidità che potrebbe rilasciare il formaggio. In 4/8 minuti la focaccia è pronta.

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focaccia di casa miaIngredienti per una teglia piccolina da 33 cm, (ma è avanzata della pasta)
250 g di farina forte w360
25 g di olio extravergine di oliva
acqua
sale
340 g dii stracchino


Pici di grano saraceno con orata e asparagi

asparagi

Oggi è la GN dell’Asparago ed inizia la stagione produttiva. Riprendo così a pubblicare per il nuovo Calendario del cibo Italiano, targato Mtchallenge.

Ho mangiato sempre gli asparagi cotti, solitamente lessati, scopro invece che si possono mangiare tagliati fini come i carciofi, anche crudi o leggermente saltati in modo da mantenere una leggera coccantezza. E sono buonissimi. Così è stata condita questa pasta dal sapore ruvido del grano saraceno.

Impastare le farine con le uova, l’acqua, un pizzico di sale e un cucchiaio di olio. Lavorare fino ad ottenere un composto ben sodo, formare una palla, avvolgerla in un panno e lasciar riposare in frigo per 30 minuti.

pici

Per il condimento pulire gli asparagi pelandoli con un pelapatate. Eliminare alcuni centimetri della parte dura e affettarli a striscioline.
Sfilettare un’orata e ricavarne dei bocconcini. Scaldare in un tegame, largo e basso, l’olio. Aggiungere i bocconcini di pesce, scottarli brevemente, poi sfumare con il vino e in ultimo unire il filetto di alice a pezzetti, gli asparagi e le olive continuando la cottura per qualche minuto. Aggiustate di sale e pepe.

Togliete la pasta dal frigorifero e preparare i pici utilizzando l’apposito torchio o a mano, dividendo la pasta in tanti gnocchetti e con ciascuno formare un cilindro. Arrotolarli poi arrotolandoli su un piano di lavoro tirandoli fino a formare un grosso spaghetto.
Lessare i pici in abbondante acqua salata, scolarli ad dente e mantecarli per qualche istante sul fuoco con i bocconcini di orata, gli asparagi e le olive. Servire con un poco di prezzemolo tritalo. Il tempo di cottura dei pici dipende dal calibro che avete fatto.

pici e asparagi

INGREDIENTI

250 g di grano saraceno
750 g di farina 0
4 uova
225 g di acqua
olio e sale

400 g di orata (oppure ricciola)
Un filetto di alice dissalata
20 olive taggiasche denocciolate
6 asparagi
10 cl vino bianco
olio e sale

asparagi e pici

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DolceRiso del Moro

Sono io oggi l’ambasciatrice della Cucina di Corte del Calendario AIFB, dove lì potete leggere l’organizzazione e gli usi nelle cucine e nei banchetti nelle più grandi Corti d’Italia. Qui vi presento un dolce tipico della città di Vigevano dove ho vissuto fino ad un paio di mesi fa e a cui sono molto affezionata.

Il dolceriso del Moro è un dolce tipico di Vigevano, pensato e realizzato a fronte di ricerche fatte da Gabriella Maldifassi, artista, scrittrice e curatrice di diverse mostre.

Il contesto:
Nel 1447 Filippo Visconti duca di Milano, mori sena eredi e gli subentrò il genero Francesco Sforza I . Morto Francesco I divenne duca il figlio Galeazzo che fu assassinato dieci anni dopo. Erede fu Gian Galeazzo che era piccolo e reggente al trono divenne lo zio Ludovico il Moro. Nel 1492 mori Gian Galeazzo con un figlio di anno. Ludovico il Moro prese il potere fino al al 1499. Sposò Beatrice d’Este sorella di Alfonso I duca di Ferrara. Molti banchetti furono organizzati a Vigevano, residenza di svago di Beatrice e Ludovico.

L’idea del dolce riso del moro, dolce rinascimentale

Nel 1992 la piazza fu ristrutturata in occasione dei festeggiamenti dei 500 anni dalla scoperta dell’America e dalla costruzione della piazza ducale di Vigevano. Durante i festeggiamenti durati tre anni, tempo di realizzazione dei lavori, Gabriella Maldifassi, artista e curatrice di alcune mostre che nel periodo vennero organizzate pensando al rinfresco di uno di questi eventi, decise che doveva essere qualcosa di particolare legato al periodo storico di cui si stava parlando.

Dopo ricerche effettuate sulla gastronomia antica, si focalizzò sul periodo rinascimentale.
L’idea di questo dolce, presentato nel 1993, è stata elaborata facendo in modo di entrare nei panni di Beatrice la moglie di Ludovico il Moro. Vigevano faceva parte dei possedimenti di Ludovico il Moro, era una castello dedicato a svaghi, vacanze, caccia visto la vicinanza con i boschi del Ticino.
Documenti non ce ne sono ma sappiamo che nel 1491 Beatrice era spesso qui in questa corte, può essere che abbia dato incarico ai cuochi del castello di elaborare qualcosa di speciale in occasione di una delle numerose feste che si tenevano a corte.
In linea con la tradizione dei ricettari del periodo è uscito questo dolce, che ha ingredienti particolari.

Il riso che costava moltissimo, veniva venduto dagli speziali insieme allo zucchero, non si conosceva la pianta e c’era poca coltivazione. Ci sono dei documenti che attestano che una coltivazione veniva fatta nella tenuta Villanova, vicino a Cassolnovo. Nel 1475, in una lettera il Duca, mandava a Ferrara 12 sacchi di riso. Il riso veniva utilizzava in ambito del ducato e nella corte.
Beatrice conosceva il riso per la sua presenza alla corte Aragonese dagli zii, visto che il riso è stato coltivato prima in Spagna che in Italia.
Usare il riso in una preparazione dolce era in linea con i ricettari del periodo, usato cotto nel latte, con le mandorle e lo zucchero.

In questa ricetta oltre alla cottura nel latte viene profumato con l’acqua di rose, serve per impreziosire il dolce insieme alle mandorle e dargli un sentore di esotico
Il riso viene racchiuso in una crosta croccante, definita pastello o pasticcio, che nel tempo veniva cotta sul fuoco, nel testo.

Lo stampo usato è particolare, rispecchia la necessità di fare propaganda al proprio casato. Le imprese araldiche servivano a far comprendere e mostrare quale era la politica del duca. Una sorta di “pubblicità” attraverso le immagini, visto l’analfabetismo diffuso dell’epoca. Tra le imprese araldiche care a Ludovico il Moro c’era lo “Scovino”, che si trova sia nei tondi della piazza ducale, e al Colombarone della Sforzesca, attestato in libri e quadri con Ludovico vestito in abiti di velluto su cui è ricamata questa impresa araldica.

All’interno dell’impasto c’è un’altra preziosità: i candidati. I cedri che arrivavano da Genova, attraverso gli Appennini perché i confettieri genovesi era i più rinomati.
Sarebbe stato bello poter usare i frutti canditi “colorati” perché un modo che avevano i nobili di dimostrare alle persone che sedevano nel loro banchetto, mostrare la propria opulenza, era quella di usare le pietre preziose nelle ricette, come le perle nel riso. Ma il dubbio sull’uso dei coloranti artificiali nei candidi ha fatto propendere per l’uso nella torta, solo del cedro candito polverizzato.

Nasce coì questa ricetta che dal 1993, quando è stata presentata al pubblico, è un vanto per la città di Vigevano e riscuote notevole successo.

Oggi, e domani, inoltre è la festa di Vigevano e come ogni anno si tiene il Palio , ed è un buon modo per essere catapultati nel periodo rinascimentale e mangiare il dolce con Beatrice e Ludovico.

Pur conoscendo gli ingredienti usati nella torta, la ricetta è gelosamente conservata dall’unica pasticceria, Pasticceria Dante, che a Vigevano la produce, per cui le quantità sono puramente una ipotesi.

Ingredienti

Pasta frolla
Farina 400 g
Burro 200 g
Zucchero 180 g
Tuorli 2
Vaniglia

Ripieno
Riso 250 g
Latte 1 litro
Vaniglia mezza bacca
Cannella
Buccia di limone
Farina di mandorle 100 g
Cedro candidato in polvere
Zucchero 150 g
Sale
Acqua di rose 2/3 gocce

Portare ad ebollizione il latte con i semi della bacca di vaniglia e la scorza di mezzo limone.
Versare il riso e cuocerlo per 30 minuti aggiungendo, a metà cottura, zucchero, un briciolo di sale, il burro e un cucchiaino raso di cannella.
Intanto fare la pasta frolla montando lo zucchero, le uova, il burro morbido e il pizzico di sale. Unire tutto alla farina. Impastare velocemente e mettere l’impasto in frigorifero per il riposo, per 30 minuti.
Quando il riso è giunto a cottura, dovrà risultare ancora al dente ma molto cremoso e abbastanza liquido, levare la buccia del limone e unire la farina di mandorle, il cedro candito. Unire al riso l’acqua di rose.
Foderare una teglia di 24 cm con la pasta frolla, mantenendo un bordo di circa 5 cm, e versarci il composto; chiudere la torta con un altro disco di pasta frolla e infornare a 180° per circa 50 minuti o comunque fino a quando non avrà acquisito un bel color biscotto non eccessivamente bruciato.


Il lonzino

Estate, piatti veloci piacevolmente senza cottura, senza il caldo dei fornelli. Cosa c’è di meglio di un affettato di cui sai provenienza e lavorazione. Uno di quei prodotti come piacciono a me HomeMade.
Un piatto recuperato per la Gionata Nazionale della carne salada per il calendario AIFB. Oggi l’ambasciatrice è Manuela Valentini del blog Profumi e Colori.

Il piatto va programmato perchè ci vuole una settimana circa di preparazione, ma è molto semplice nella sua esecuzione.

Togliere i residui di grasso dalla carne, lonza o filetto di maiale. Mescolare il sale e lo zucchero. In una ciotola che possa contenere la carne distesa mettete uno strato di zucchero e sale. Mettete la carne e ricopritela con il restante mix, lasciare in frigorifero per 2 giorni.
Passati i due giorni, toglierla dal composto che avrà prodotto del liquido. Lavatela velocemente, asciugatrla  e massaggiatela con il misto di aromi e poi ricopritene tutta la superficie. Avvolgetela con della carta assorbente e lasciatela ad asciugare ed aromatizzare in frigorifero per una settimana, prima di tagliarla.

Con questa carne ne ho imbottito dei panini, anche questi ovviamente HomeMade.

Dopo aver rinfrescato la mia pasta madre ne ho tolto un pezzo per le prossime volte e ho aggiunto a quella rimasta lo stesso peso in farina 0 e altrettanto di farina integrale.

Ho fatto la fontana delle due farine e al centro ho messo la pasta madre. In una ciotola ho pesato il latte in cui ho messo lo zucchero integrale. Quando si è sciolto ho iniziato ad impastare. il latte pesato non era sufficiente e ne ho aggiunto dell’altro, poco alla volta fino a quando l’impasto mi sembrava ne avesse bisogno. In ultimo il sale sciolto nell’ultimo cucchiaio di latte.

Ho impastato per una decina di minuti. Poi ho porzionato l’impasto in pezzi da circa 50 gr, l’uno. Non proprio tutti uguali, ma abbastanza vicini e ne sono venuti 29.

Ogni pezzo l’ho steso, l’ho arrotolato da un lato in modo da ottenere un filoncino, l’ho schiacciato in modo da ottenere una lunga striscia che ho arrotolato ancora dal lato corto. Sistemati  i panini sulla carta forno  messa nella teglia, li ho spennellati di latte in modo che la superficie non si seccasse.

Li ho lasciati lievitare, coperti a cupola, per circa 5 ore. La temperatura in cucina superava i 30 gradi.

Prima di metterli in forno li  ho nuovamente spennellati con il latte. Sono stati cotti in forno, dove ho inserito un tegamino con dell’acqua, a 180° per 30 minuti.

Questi panini li ho farciti con una foglia di insalata, una fettina di limone e un paio di fette di lonzino.

panini panino-al-lonzino pomodori-pane-e-lonzino

Ingredienti per il lonzino

1,2 kg lonza di maiale
500g sale fino
700g zucchero semolato
misto di aromi secchi

Ingredienti per 30 panini da 50 gr. l’uno

300 gr.di pasta madre, rinfrescata il giorno prima
350 gr. farina 0
350 gr. di farina integrale
50 gr. di zucchero integrale
450 gr. di latte
sale


Tonno piccante sott’olio

Le conserve mi piacciono, odio gli sprechi. Quando la natura ti offre i suoi doni e puoi utilizzarli tutti o li regali o li conservi per le altre stagioni più povere di prodotti. E adoro l’autoproduzione. Mi cimento dal formaggio, al pane. Lo yogurt, ketchup e così via. E ovviamente la salsa di pomodoro. Ma le conserve di pesce e di carne sono le più ostiche. Ci ho girato intorno senza arrivare al dunque.
Così ho provato con il tonno sott’olio.
Forse è l’unica, sicuramente la scatoletta più utilizzata a casa mia. Ho due figli, oramai grandi e il tonno in scatoletta è sempre stato un risolutore di fame improvvisa, nella pasta, nell’insalata, coi pomodori….Ma essendo conservato e in scatoletta, non credo sia il massimo della freschezza e della qualità. Sicuramente ci saranno tonni e tonni, scatolette e scatolette, ma è l’idea che mi insospettisce.

Alla fine ci ho provato. L’occasione “galeotta”, come spesso accade per farmi superare pigrizie è il Calendario del cibo italiano di AIFB e la Giornata Nazionale del tonno sott’olio di cui oggi l’Ambasciatrice è Nicol Pini del Blog Col Cavolo.

Prepararlo è stato meno impegnativo del previsto, ma i risultati li sapremo fra tre mesi circa, quando la conserva sarà pronta.

Tagliate il tonno, possibilmente ventresca, in pezzi che possano stare nei vasi scelti. Mettetelo in acqua fredda e corrente perchè si depuri, per circa mezza giornata, trascorsa toglietela e asciugatela.
Collocare i pezzi di tonno in una padella di acciaio o coccio. Versate sopra l’aceto e il succo di limone, portate sul fuoco e lasciate cuocere circa 10 minuti rigirando i pezzi con precauzione ed intanto salare con sale grosso pestato.
Lasciate che il tonno si raffreddi.
Collocate i pezzi ben stretti nei vasi unendo alcuni grani di pepe e foglie di alloro.
Ricoprire con l’olio fino a sommergere il tonno. Chiudete ermeticamente i vasi e fateli sterilizzare per un’ora oppure tindalizzare facendoli bollire 20 minuti a volta, per tre volte.

Ingredienti
1 barattolo da 1 lt

2 kg di tonno (meglio ventresca)
250 ml di aceto bianco
1 limone
10 g di pepe
4 foglie di alloro
Olio di oliva extravergine
Sale


Patate alla brace

Oggi inizia Agosto, siamo nel pieno dell’estate, ma per me le patate alla brace sono sempre state un piatto invernale. Lo so che è l’estate la stagione delle griglie e quindi della brace, ma già pensare al caldo torrido dell’esttate e delle ultimi estate, anche di sera.
Mi vien caldo solo a pensarci. E’ vero che è un lavoro da uomini, che li fa sentire molto “maci”, ma a me viene caldo subito e soffro. E avrei preferito scrivere questo post in inverno, che mi avrebbe anche scaldato il cuore, ma inizia oggi la settimana settimana della brace per il calendario di AIFB Calendario del cibo italiano con ambasciatore Gianni Senaldi, quindi soffrirò di caldo aggiuntivo e scriverà il post.

Il piatto per me è invernale perché avendo un camino, avevo la possibilità e d’inverno era spesso acceso e la brace sempre a disposizione, sia per la cottura di carni sia per la cottura delle patate, anche da sole.


Le patate ben avvolte nella carta di alluminio le posizionavo tra la brace del camino, tra le ceneri, un po’ lontano dai tizzoni ardenti che rischiavano di bruciarle. Mentre la carne si cuoceva o mentre si faceva le chiacchiere preliminari al pasto loro si cuocevano, Una controllato ogni tanto, specie per le più piccole, una girata nella cenere e si aspettava.

Poi quando erano cotte, controllate da un’infilata di uno spiedino o stecchino nella patata, si tagliavano a metà. Sopra un po’ di sale e una noce di burro o un giro d’olio di quello extravergine di oliva o due fettine di formaggio: fontina, toma o gruviera. E che bontà.
I bambini la scavavano con il cucchiaino e gli adulti con un buon bicchiere di vino rosso.

Un altro post di ricordi per il Calendario del Cibo italiano, come quello degli arrosticini. Perché il mangiare buono, semplice in compagnia è il meglio che ci sia, Qui non c’è una gran ricetta: la patata deve essere buona, coltivata nell’orto meglio. Lo spazio, il camino, la compagnia fanno da condimento.

Certi piatti in città, in un condominio, con quello del piano di sopra che definisce “puzza” il profumo della griglia e che con i panni stesi non si può fare, anche se avessi lo spazio. Bisogna puntare su altri piatti.

Ingredienti:

Patate
sale
burro o olio
fettine di fontina o gruviera


La Cernia di Plinio al sale

La morte sua è stata una cena per circa 25 persone, ed è stata accompagnata dopo un Brindisi di benvenuto da
- Ravioli di zucca Bertagnina deco al sugo di noci di Sorrento
- Zola cinque stelle al miele di castagno
- Tricolore di frutta al maraschino
- Dolce

Il Plinio, giovane amico Lomellino, l’aveva pescata e conservata giusto per mangiarla in compagnia vista la sua grandezza. E così gli abbiamo fatto onore. A lei, la Cernia, a lui, il pescatore e oggi ancora inserendola tra le ricette che celebrano la Giornata Nazionale del pesce al sale e l’Ambasciatrice Sabrina Gasparri del blog Lesmadeleinesdiproust ce ne parla più che ampiamente.

Aggiungo che la Cernia vive comunemente nel Mar Mediterraneo ad una profondità variabile tra i 10 e i 50 metri (spingendosi fino ai 200, spesso vicino a fondali rocciosi e ricchi di grotte e fenditure. Gli esemplari più giovani vivono in prossimità della costa. Forse è per questo che si fanno beccare.

La nostra cernia pesava circa 5 kg. E’ stata eviscerata e pulita dalle sue interiora ma lasciate tutte le squame e la pelle intera che è l’unica difesa tra il sale che la ricoprirà e la carne del pesce. Riempita la sua pancia di prezzemolo, timo, limone, aglio.
Abbiamo usato delle chiare montate a neve mescolate insieme al sale grosso, per l’impasto. Fatto un primo strato su cui è stata adagiato il pesce e poi ricoperto dalla coda alla testa, compattando bene il sale intorno al pesce.
Infornata in forno già caldo a 180°-200°. Per la cottura tenete conto che serviranno circa 30-35 minuti per ogni chilogrammo di pesce. Quindi ci sono volute un paio di ore.
Una volta cotto sfornata subito, ma lasciato riposare 5-10 minuti, quindi abbiamo iniziato a rompere la crosta di sale, eliminata la pelle e servito il pesce.

Ingredienti:

5 kg di Cernia
10 Kili circa di sale grosso
6 albumi
erbe aromatiche
aglio
limone


Terrina di Melanzane

Settima delle Melanzane per il calendario di AIFB, la cui ambasciatrice è Marina del blog MademoiselleMarina

Da quando ho deciso di fare l’orto, perché avevo a disposizione un pezzo di terra per poterlo fare, le melanzane sono sempre state uno dei prodotti coltivati.
Bellissimi fiori di un rosa acceso, e bellissimi prodotti viola con sfumature di un blu intenso. E’ sempre stata una pianta resistente e nell’orto, in cui non ho mai usato nessun tipo di antiparassitari, ha resistito sempre molto bene.
Fa parte della famiglia degli ortaggi da frutto, con un patrimonio vitaminico e in sali minerali, modesto. La melanzana è il frutto della Solanum Melongena.

Versateli, da fare in mille modi, da sole, con la pasta, come piatto unico o come contorno si prestano a cento preparazioni. Si mangiano subito o si conservano sott’olio per rilasciare i sapori dell’estate durante l’inverno.

Vi propongo questa ricetta, che richiede un po’ di manualità nel confezionare il rivestimento esterno della terrina, ma se ne può fare anche a meno.

Prendete le melanzane, lavatele, asciugatele. Cuocetele in forno a 200 gradi per circa 20 minuti, fino a che infilando uno stuzzicadenti non lo sentite entrare dolcemente, senza alcuna resistenza e la melanzana asciugandosi dall’acqua si è raggrinzita.
Tagliate a metà la melanzana e con un cucchiaio recuperate la polpa senza danneggiare la buccia, che servirà.
Frullate la polpa della melanzana con uno spicchio di aglio, e il timo. Aggiungete un po’ di noce moscata.
Unite la panna, le uova sbattute e un poco di sale.
Tagliate la buccia delle melanzane a strisce di circa due cm.di altezza. Con le strisce, alternandone una rivolta verso l’alto e una verso il basso cercate di comporre un tessuto (trama e ordito) con cui fodererete lo stampo.
Versateci il composto di melanzane e cuocete in forno a bagnomaria a 280° per 40 minuti.

Ingredienti per 6

6 melanzane di media grandezza
30 cl di panna da cucina
4 uova
timo fresco
1 spicchio di aglio
1 grattata di noce moscata
sale


Tortiera di patate e sarde

Eccola qui una, anzi due belle teglie di patate, pomodori e sarde, oppure acciughe. L’importante è che sia pesce azzurro, così festeggiamo la Settimana del pesce azzurro, del Calendario del cibo italiano di AIFB.
Se andate a leggere il post su AIFB per la settimana del pesce azzurro l’Ambasciatrice Cristina Gallitti del blog Poverimabelliebuoni, vi racconterà tutto sul pesce azzurro.
Io lo adoro in tutte le sue ricette e nei diversi tipi di pesce in quanto la denominazione di “pesce azzurro” non si riferisce ad un gruppo scientificamente definito di specie ittiche, ma è utilizzata commercialmente per indicare alcune varietà di pesci, generalmente di piccola pezzatura, di varia forma e sfumature di colorazione, il cui costo è generalmente ridotto per la grande quantità di pescato. Alici o acciughe e sarde sono quelle che essendo più facili da reperire sono anche quelle che sfrutto di più, senza dimenticare lo sgombro. Per gli altri ci devo lavorare su.

Questa ricetta io l’ho preparata sia con sarde che con acciughe, dipende da quello che trovo dal pescivendolo, ma penso le proverò anche con lo sgombro. Potendo scegliere le preferite sono le acciughe di Monterosso.
Avendo vissuto alcuni anni a La Spezia ho avuto modo di conoscerle e di apprezzarne il gusto e il sapore, dato dal mare delle Cinque Terre.

Per la ricetta mettete a cuocere delle patate e levatele non a cottura ultimata ma quando sono ancora un poco dure. Finiranno di cuocere nel forno.
Nel frattempo lavate, pulite togliendo testa e lisca al pesce e apritelo a libro. Tagliate i pomodori a pezzettini. Pulite e tritate del prezzemolo, insieme all’aglio. Grattate del pane secco.

Una volta preparate tutte le basi, mescolate il pomodoro insieme a prezzemolo e aglio, e al pangrattato. Acciungete il sale e olio extravergine di oliva.
A questo punto le patate saranno pronte per essere tolte dal fuoco, pelate e tagliate a fette possibilmente dello stesso spessore.

Prendete una teglia, cospargete un poco di olio e mettete uno strato di pesce, salate, poi uno strato di impasto con i pomodori, poi uno strato di patate e ripetete l’operazione. Sul secondo strato di patate mettete un poco di impasto con i pomodori.

Infornate a forno già caldo per circa un quarto d’ora/20 minuti a 180 gradi. Dipende anche da quanti strati avete fatto.

Ingredienti:

1 kg di pesce azzurro (acciughe, sarde, sgombri)
1 kg di patate
1 kg di pomodorini
un mazzo di prezzemolo
2 spicchi di aglio
200 g di pane secco grattato
olio
sale


Pomodori di Pachino IGP caramellati per un FlashMob

Più o meno 10 anni fa, con un gruppo di amici, tutti genitori di figli la cui età variava tra i 10 e i 16 anni, ho fatto una vacanza in Sicilia. Non c’ero mai stata e dopo l’impatto iniziale non proprio piacevole, ho scoperto una terra meravigliosa con i segni di un’ opulenza passata. Di una natura meravigliosa, calda e avvolgente. Luoghi e paesi in cui si sente il passaggio della storia. Non solo la bellezza del mare ma anche un interno generoso, importante.

Una delle mete dei giri intorno alla base stanziale di Pozzallo è stata Pachino. Furono i fratelli Gaetano e Vincenzo Starrabba che, nel 1758, chiesero a Carlo III di Borbone e, successivamente, nel 1760, a Ferdinando IV delle Due Sicilie l’autorizzazione a fondare una città (licentia populandi). Il decreto che fu emesso a Napoli, in data 21 luglio 1760, e fu reso esecutivo in data 1º dicembre 1760. Piccolo paese, oggi di poco più di 22.000 abitanti, in provincia di Siracusa, è la città che ospita la coltivazione IGP del pomodoro ciliegino detto, appunto, Pachino.

Eccomi qui a rivivere e a ripensare alle vacanze estive, allo splendido mare, ai figli piccoli grazie a questo FLASHMOB a cui partecipo con piacere.


Lavate i pomodorini, inciderli a croce sul fondo. Lasciarli qualche minuto in acqua bollente, poi scolateli e sbucciateli delicatamente.

Sistemate i pomodorini in pirottini o in vetro. In una casseruola lasciate sciogliere un paio di cucchiai di miele d’arancio in cui lasciate cadere i semi di un bacello di vaniglia. Una volta che si è sciolto e caramellato suddividere il miele nei pirottini, versandolo sui pomodorini.
Infornate a 120° e cuocete per 90 minuti. Servite i pomodorini con gelato alla vaniglia e biscotti.

Con questa ricetta partecipo al FlashMob organizzato da AIFB e dal Consorzio dei Pomodori di Pachino IGP per la settimana del pomodoro inserita nel Calendario del cibo italiano


Ciotoline di latte al caramello

Oggi è la giornataMondiale del latte, importante ma anche discusso prodotto della nostra alimentazione. Dopo aver scritto il post per il Calendario del Cibo Italiano, di AIFB come Ambasciatrice, contribuisco con una ricetta semplice a base di latte. Un piccolo dolce che va bene per merenda o dopo cena.


Fate il caramello con lo zucchero e l’acqua. Fate raffreddare leggermente prima di versarlo sul fondo di 6 ciotoline.
Mettete la panna, il latte e la stecca di vaniglia in una casseruola e portate ad ebollizione. Mettete in una ciotola i tuorli con lo zucchero e montateli. Quando il composto diventa chiaro e raddoppia di volume versate il latte e la panna suoi tuorli. Mescolate bene. Riempite a metà le ciotoline con il preparato e mettetele a cuocere al vapore coperte. Fate raffreddare completamente prima di servire

500 ml di latte intero fresco
300 ml di panna fresca da montare
1 stecca di vaniglia
60 g di zucchero
4 tuorli

Per il caramello
150 g di zucchero
2 cucchiai di acqua


cibo e arte

L’associazione che mi viene più diretta per celebrare la Giornata Nazionale nel Calendario del cibo Italiano promosso da AIFB è con le nature morte, che attraverso la raffigurazione dei prodotti, li esaltano nella loro qualità e bellezza.

In particolare un pittore tra altri: Cristoforo Monari (Reggio Emilia 1667 – Pisa 1720)

Munari artisticamente si formò alla scuola emiliana, ma, verso la fine del secolo, si trasferì a Roma.

Abilissimo pittore di nature morte iniziò dipingendo strumenti musicali e le cosiddette «cucine rustiche» (utensili, selvaggina, salumi, punte di formaggio «grana»), poi nei suoi dipinti iniziarono ad apparire raffinate porcellane cinesi, che diventarono quasi una sua firma.

Fra il 1706 ed il 1715 fu a Firenze, dove dipinse anche trofei di guerra e trompe-l’œil. Si trasferì quindi a Pisa, occupandosi quasi esclusivamente di restauri.
Tutti questi dipinti presentano un repertorio di oggetti e una diligenza, compositiva ed esecutiva, che sarebbero divenuti il tratto stilistico caratteristico di tutta la sua produzione successiva.
A Roma ebbe contatti significativi e fondamentali con la cultura fiamminga della cerchia di Jan Davidsz de Heem e in particolare con Christian Berentz, conosciuto forse attraverso l’Imperiali. Lo stile lucido, finito e astratto di questi artisti nordici appare però personalizzato dall’artista, la cui pittura, asciutta, è caratterizzata da una patina più calda di realtà, un ordine più vero nella disposizione degli oggetti e una luce cristallina ancora seicentesca (Briganti, 1954).

In particolare volevo porre la vostra attenzione su un dipinto: Vasellame di terra cotta, zucca, verza, spalla di maiale, piatto con coltello.

Volevo riprendere i prodotti dipinti nelle sue opere con l’associazione a prodotti del mio territorio.
In particolare in questo quadro è inserita, tra gli altri prodotti la zucca, e nel nostro territorio abbiamo un eccellenza: la zucca bertagnina. Un particolare tipo di zucche della zona di Dorno, che si distingue per la qualità e la quantità di polpa utilizzabile. La denominazione “Bertagnina” è dovuta alle tipiche protuberanze sul fondo del corpo: il “bartò” o “bartòi” in dialetto locale indica il caratteristico copricapo dei contadini. Ignorata dalla grande produzione per via dell’eccessivo scarto, la zucca Bertagnina è sopravvissuta fino ai nostri giorni grazie ad alcuni agricoltori dornesi che hanno continuato a coltivarla nei propri terreni, ed è proprio per merito loro che si è riusciti a recuperare i semi dando vita ad un’importante operazione di rilancio. La Pro Loco di Dorno è impegnata in prima linea in questo progetto, tanto che nel 2004 ha dato vita alla “1ª Sagra della zucca Bertagnina”. Traguardo fondamentale nella rivalutazione della prestigiosa cucurbitacea è il conferimento del marchio De.C.O. nel 2008.
Attualmente è inserita tra i prodotti dell’arca del Gusto , progetto di SlowFood.

Ed ecco che allora prende vita questa ricetta
Zuppa di zucca, verza e prosciutto.

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La preparazione prevede di pulire la verza e tagliarla fine, facendola sbollentare in acqua fredda e poi salata al momento del bollore. Si prosegue tagliando la zucca e le patate a dadi piccoli.
Prendete una pentola in terracotta in cui ho versate l’olio evo e fate soffriggere il prosciutto crudo tagliato in pezzetti piccoli. Aggiungete la cipolla tagliata fine e lasciate stufare. Dopo aggiunte man mano le patate, tagliate a dadi, la verza sbollentata e infine la zucca a pezzi.

Mescolate, controllare di sale e ricoprite di acqua. Lasciate cuocere a fuoco molto basso per più di un’ora, fino a quando zucca e patate sono cotte senza essere disfatte. A parte in una padella antiaderente far scottare le fette di prosciutto fino a che non diventano croccanti.

Servite mettendo una fetta di prosciutto croccante nel piatto per ogni commensale.

Ingredienti per 4:

1 kg. verza
1/2 kg. Zucca bertagnina
1 Cipolla
1 kg di Patate
100 g. Prosciutto crudo a fette
100 g. prosciutto crudo a dadini
4 fette di pane
Olio evo
Sale


Bodino in fiamme di Petronilla

Oggi è la giornata Nazionale di Petronilla . L’ambasciatrice Anna vi racconta chi era questa donna straordinaria che non conoscevo ma sicuramente merita di essere conosciuta e ricordata. Femminista, medico donna quando ancora le donne non accedevano alle carriere maschili. Autonoma, indipendente. Era amica di Anna Kuliscioff, di Sibilla Aleramo, di Ada Negri, curava gratis, volontariamente, nella Poliambulanza di Porta Venezia a Milano le donne che erano rimaste sole perché i mariti erano in guerra.
Mi unisco ad Anna per ricordare Amalia Moretti alias Petronilla con questa ricetta, trascritta fedelmente dal ritaglio della rubrica “Tra i fornelli” della Domenica del Corriere, ritrovato tra le ricette conservate da mia zia, 96 anni, nel suo libro di cucina. Non so se la zia l’ha mai fatta, che io mi ricordi, dal 1960 in poi no. E’ stata conservata, prima che lo facesse lei, suppongo da sua madre, mia nonna, giovane sposa, fedelmente dal ’34 ad oggi passando quasi indenne per una guerra.

Portare in tavola alla fine di uno dei pranzi delle prossime feste un dolce avvolto da alte fiamme costituirà una allegra sorpresa per i commensali e un piccolo trionfo per la massaia… ebbene se volete sorprese e trionfo e alla svelta e in modo sicuro e all’economia.
Da brava massaia avrete in casa per uso di cucina, una bottiglia di quel rhum che si prepara abbastanza all’economica comprando con una lira dal droghiere un boccettino della relativa essenza e unendola ad acqua, zucchero ed alcool nelle dosi che sono chiaramente indicate sull’etichetta.
Allora mettete al fuoco nel Paiolino un litro di latte, addolcito con un etto di zucchero e tosto bolle e sempre mescolando con il bastone da polenta lasciatevi cadere a poco a poco un etto e mezzo di semolino; leggerissimamente salate e fate cucinare per 15 minuti non smettendo mai di rimescolare.
Ritirate il paiolino dal fuoco e lasciate raffreddare. Sbattere 6 uova con tre cucchiai di zucchero. Raschiare il giallo della buccia di mezzo limone e ricordate che il raschiare limone molto si presta un pezzo di vetro, dimezzate per il lungo mezzo etto di verdi pistacchi (o di bianchi pignoli se non potete avere i pistacchi).
Sminuzzare un pezzo di cedro candito. Mondate mezzo etto di uva sultanina e lavatela con un goccio di rosolio se ne avete di casalingo. Montate a neve e ben soda due albumi di quelle uova. Unite alla bianca polentina che dentro il suo paiolino sarà nell’attesa, i tuorli battuti e mescolati; i pistacchi, il cedro, l’uva e la corteccia del limone e mescolate; una presina di cannella in polvere e mescolate; un bicchierino di quel rosolio e mescolate; gli albumi montati e mescolate per bene per l’ultima volta.
Imburrate uno stampo da bodino e spolveratelo di pane finemente trito. Versateci dentro tutta la polentina.
Un’ora prima del pranzo cucinate il bodino in forno o fra le brage. Al momento di servire capovolgete lo stampo sul piatto, versate sul bel bodino dorato uno, due anche tre bicchierini di quel rhum; date fuoco con un fiammifero; e quando l’allegro bodino tra le sue allegre fiamme farà la sua comparsa sulla porta del tinello, ben allegra accoglienza gli verrà allora fatta, e accoglienza che tanto più lungamente verrà dimostrata quanto più a lungo arderanno le fiamme, cioè quanti più numerosi saranno stati quei tali bicchierini di quel tale rhum casalingo.”

Ingredienti

1 lt di latte
100 g di zucchero + 3 cucchiai
1,5 etto di Semolino
6 Uova (6 tuorli e 4 chiare, 2 chiare montate)
50 g di Uvetta sultanina
50 g di Pignoli o pistacchi
Cedro
Rhum
1 limone (la buccia grattata)
Cannella, sale, pangrattato, burro


Fave e pecorino tanto per iniziare

Mi ero ripromessa, in uno dei primi post che ho scritto, aprendo il blog, di fare una variante della ricetta postata. Avevo preparato “fave e parmigiano” ripromettendomi di farla più correttamente con il pecorino al posto del parmigiano.
Questo nel 2010. Poi il tempo è passato, nuove idee per nuove ricette. Il tempo è poco. E la memoria corta. Così la ricetta che mi ero ripromessa di fare non è mai stata pubblicata.
Oggi è la giornata nazionale delle fave con pecorino. per il Calendario della cucina italiana di AIFB. ed è la giornata giusta per pubblicare quella variante che non aveva mai visto la nascita e mantenere le promesse.

Quindi eccomi qui con la stessa ricetta ma con il cambio di ingredienti che rende giustizia alle fare e alla ricetta “Pecorino con le fare”.

La mia è un fingerfood. Buono anche per essere portato ad una scampagnata. Perché si possono portare le cialde già pronte in un sacchetto o in una scatola da biscotti. E spremere sopra all’occasione la crema di fave.
Ma tutte le occasioni credo che siano buone per la ricetta che è molto semplice.

Per le cialde

Grattugiate il pecorino toscano. In una piastra antiaderente calda posizionare un cucchiaio di pecorino e lasciare che il calorie sciolga il formaggio e si crei una crosticina sulla parte a contatto con la piastra.
Staccate dalla padella con molta attenzione e girate, per farla colorire anche dall’altra parte, per qualche secondo. Poi toglietele e mettetele ad asciugare l’esubero di olio su un foglio di carta da cucina.
Ripetete l’operazione per fare altre cialde.

Per la crema

Togliete le fave dai baccelli. Togliete il pezzettino che si trova in cima alla fava. Mettetele a sbollentare in una pentola di acqua già bollente leggermente salata. Dopo qualche minuto scolateli e mettetele in acqua fredda.
Sgusciatele e mettetele in una ciotola o nel frullatore, insieme ad un paio di cucchiai di pecorino grattugiato e le foglie di menta.
Con il mixer o frullatore tritate il tutto aggiungendo olio extravergine di oliva per ottenere una crema abbastanza densa. Assaggiate e regolate di sale. Mettete la crema in un sac a poche con un beccuccio a stella o il preferito. Su ogni cialda di pecorino spremere un poco di composto.

Ingredienti per una ventina di cialde

Un etto di Pecorino toscano grattugiato
Un chilo di fave fresche con bacello
3 cucchiai di olio di oliva extravergine toscano.
2/3 foglie di menta
Sale.


Gastronomia piemontese, il Bonet

Mi aggiungo ai contributi della Giornata Nazionale del Bonet per ricordare e raccontare un approfondimento di uno dei primi BlogTour a cui ho partecipato, organizzato da AIFB, che propone il Calendario del Cibo Italiano.
Un tour vicino a casa, nell’OltrePo, decisamente interessante e in parte raccontato qui a giugno del 2014.
Uno dei momenti previsti all’interno del Tour è stato uno showcooking in cui è stata protagonista Alessandra, quinta generazione nella cucina del ristorante “Del Belbo da Bardon”, di cui parla come la cucina di casa perché quando lei è li non si sente al lavoro, ma a casa. Con la compagnia della nonna Anna Maria Barone, chef del ristorante, ci hanno raccontato come si fa il Bonet.

 

Ingredienti per due stampi grandi

150 g di cacao zuccherato
75 g di cacao amaro
200 g di zucchero
200 d zucchero per il caramello
30 g di amaretti
2 lt di latte
12 uova
1 bicchierino da chupito di fernet

Sbattete le uova con lo zucchero zucchero. Aggiungete il cacao in polvere e il fernet. Portate mezzo litro di latte ad ebollizione e. sbriciolate dentro gli amaretti che si scioglieranno. Lasciate raffreddare e aggiungete il restante latte. Versate il latte nel composto di cacao, a poco a poco. Amalgamate bene tutti gli ingredienti mescolando delicatamente con un mestolo di legno o una frusta.
Preparate un caramello riscaldando lo zucchero in un pentolino. Quando diventa color nocciola, agitate la pentola, senza mescolare fino a quando non raggiunge la consistenza giusta.
Versate subito il caramello negli stampi facendolo colare velocemente lungo i lati.
Versate il composto negli stampi e cuocete a bagnomaria in forno già caldo a 170°C per circa un’ora, senza lasciar mai bollire l’acqua del bagnomaria.
Fate raffreddare gli stampi prima di capovolgerli e di servirli.


Sushi all’italiana

Un fingerfood semplice e veloce per la GN della Mortadella, di AIFB.
E’ stato un divertimento affrontare questo piatto. Un gioco di colori e sapori, intercambiabili.

Le fette di mortadella devono essere circa 5 mm. di spessore, circa 8 cm. di lunghezza e alte circa 3 cm. Sopra ogni fetta di mortadella sovrapporre con una fetta di formaggio della stessa dimensione. Sopra spalmare un formaggio come un caprino fresco con un po’ di sale.
Al centro mettere un pezzo di pomodoro e un pezzetto di salsiccia della stessa altezza della mortadella, cotte su una piastra.

Arrotolate le strisce e servitele.

Ingredienti:

Mortadella
Caprino
Formaggio a pasta morbida


Maiale in crosta

Parte oggi la settimana del maiale per il Calendario del cibo italiano di AIFB.

Uno dei due miei ragazzi ha giocato fino all’anno scorso a Basket e i giocatori della sua squadra per circa 10 anni hanno fatto una “cena” al mese in palestra/spogliatoio (in effetti non so proprio dove) e solitamente uno della squadra, che compiva gli anni, portava da mangiare. Qualcuno comprava cose già fatte e altri come mio figlio Marcello chiedeva alla mamma, e le alterative erano o la pasta forno o il maiale in crosta, o tutte e due.

Pensate ad una dozzina di ragazzi, negli ultimi anni anche uomini, sportivi e affamati! Non tornava a casa mai niente. di quei due kili di maiale più il pane che avvolgeva la carne.
Il pane si impregna dei sughi profumati che restano all’interno. La carne rimane morbida e non stopposa, asciutta.

Preparate la pasta di pane facendo una fontana sul tavolo con la farina, metteteci al centro il lievito di birra e un cucchiaio di zucchero, un cucchiaio di olio extra vergine di oliva e iniziate ad impastare, aggiungendo acqua tiepida in cui avete aggiunto il sale fine. Impastate fino che l’impasto non sia morbido e liscio.
Lasciate lievitare per un’ora poi stendete l’impasto dandogli una forma rettangolare. Prendete la lonza di maiale e posizionatela in mezzo al rettangolo di pasta. Ungete la carne, salatela, mettete dei rametti di rosmarino e timo. Avvolgete tutta la carne nella pasta di pane e mettetela in forno preriscaldato a 180 gradi.

Dovrebbero bastare 40/45 minuti. Sfornate e tagliate a fette.

la crosta

Ingredienti

1000 Kg. di

lonza di maiale
500 g. di farina
1 cucchiaio di olio evo
1 cucchiaio di zucchero
1 bustina di lievito secco
1 mazzetto di odori


Elogio alla minestrina


Secondo giorno dall’avvio del Calendario del cibo italiano interessante progetto Calendario del cibo italiano, a partire dal 1 gennaio 2016 e questa ricetta era nel cassetto da un paio di anni che che attendeva il momento per essere pubblicata. Prima ancora che fosse pubblicato il libro di Lella Costa “Minestrine” edito da Slow Ford. Un libro divertente che racconta come deve essere un buon brodo e che consiglio a molti di leggere.

Quindi ecco proposta nella GN del consommé la cui ambasciatrice è Betulla Costantini
Al brodo di carne ho aggiunto la pasta fatta in casa, impastando per ogni etto di farina 1 uovo, aggiungendone 1 alla fine a seconda di quanto è asciutta farina o anche solo un tuorlo, a seconda di quanto sono grandi le uova. Prima di stendere la pasta lasciarla riposare una mezz’ora. Poi la si può stendere fino ad ottenere lo spessore desiderato. Poi con il coppapasta della dimensione e della forma desiderata tagliare la pasta.