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MasterClass erbe Spontanee

Il Calendario del Cibo Italiano oggi celebra la Giornata Nazionale delle Erbe Spontanee e una parte di noi collaboratori abbiamo avuto la possibilità di partecipare ad una masterclass dedicata proprio alle erbe spontanee. Ho lavorato insieme a Silvia di SilviaPasticci e questo è quello che abbiamo imparato e vorremmo raccontarvi, ringraziando la food blogger Anna Rita Rossi , lo scrittore Sergio Rossi (specializzato in tradizione gastronomica) e lo Chef Andrea Dentone per i consigli su abbinamenti di gusti e preparazioni.

Siamo state guidate in questa avventura dal Professor Andrea Pieroni che insegna Etnobotanica nell’Università delle Scienze Gastronomiche di Slow Food, non tanto a livello botanico quanto a livello etnografico.

Il Professore studia la tradizione culinaria italiana legata alle erbe spontanee, le erbe scelte per questa Masterclass sono quelle più adatte al periodo in cui ci troviamo, ma sono state scelte anche perché a livello sensoriale sono molto diverse tra loro; si passa dall’amaro, al piccante, all’acidulo, l’intento è quello di aprire le nostre vedute gastronomiche con dei sapori che non troviamo al supermercato e senza fare fatica, le erbe spontanee scelte si trovano facilmente rivalutando il concetto di Km 0.

Le prescelte sono state la nepitella, il luppolo, la grattalingua, il finocchio selvatico, l’ortica, la portulaca, il serpillo, l’elicriso, il dente di leone e, per ultimo il romice che è il protagonista del nostro piatto.

I diversi tipi di romice edibile che trattiamo sono rumex alpinus, rumex crispus L. e rumex obusifolium L., si tratta di una pianta spontanea e perenne che arriva fino ad un metro e mezzo di altezza, con un grande rizoma strisciante e ramificato di colore rossastro.

romice

FOTO DI FloraIaliae

In fitoterapia sono riconosciute le sue qualità anti-malariche, anti-fungine, anti-batteriche e, grazie a recenti studi, anti-proliferative su cellule cancerogene.

Le foglie colte in primavera sono usate cotte in zuppe insieme ad altre erbe spontanee delle zone montane italiane così come nel Caucaso, Balcani e Kurdistan dove è conosciuta come “erba dei pastori” o nell Sud-Est europeo che viene usata per creare i “sarma”, gli involtini di riso alla greca, la cui versione più prelibata è quella avvolta dal romice in primavera e quaresima.

Nella francese Val-Sangone si produce una confettura somigliante al rabarbaro ed è questa, la versione dolce dell’erba, quella che abbiamo scelto.

Crema di latte:

700 ml latte
130 g di farina
70 g farina di riso
300 g di zucchero
6 uova
20 g foglie di romice

frolla di avena:
100 g di farina avena
50 g di burro, freddo
1 uovo intero
50 g di zucchero semolato

caramello
100 g zucchero
75 g infuso al romice

Procedimento

Per la crema di latte

Mettete a bolllire il latte con la vaniglia e le foglie di romice. Togliere dal fuoco quando bolle e passare il latte al mixer in modo da frullare le foglie di romice.
Sbattete le uova con lo zucchero, aggiungere la farina bianca e la farina di riso, poi il latte intiepidito.
Rimettete a cuocere sul fuoco lento, continuando a mescolare fino a che la crema si è raddensata, ci vorranno 10/15 minuti. Fate attenzione perchè si raddensa molto velocemente.
Porzionate nei bicchieri e lasciate raffreddare.

Per la frolla

Rompete un uovo nella farina e mescolate. aggiungete il buoo freddo e lo ucchero e impastate, velocemente fino ad ottenere un panetto che riporrete in frigo per una mezz’ora. Intanto scaldate il forno a 18°.
Stendete l’impasto e cuocete per 20 minuti.

Per il caramello

Fate un infuso di romice mettendo le foglie in acqua calda e lasciate raffreddare per 2 o 3 ore.
In una casseruola dal fondo spesso mettete lo zucchero e l’infuso, lasciate cuocere mescolando con un cucchiaio di legno finche non prende un colore oro.

Finire il piatto, sbriciolando la frolla sulla crema fredda e aggiungere il caramello.banner


Il quasi vitello tonnato

tacchino tonnato

Nella giornata nazionale del vitello tonnato, pubblico una ricetta che non è di vitello, ma utiizza la stessa procedura per lavorare una carne diversa: il tacchino. E’ sicuramente più economico.

Fai lessare la fesa di tacchino in acqua salata a cui hai aggiunto ilsedano, la cipolla, la carota un cucchiaio abbondante di aceto e di olio.
Fai cuocere lentmento per un paio di ore e lascia reffreddare nel brodo.
Per la salsa passa al mixer il tonno, le acciughe dissalate e deliscate, i capperi, i tuorli d’uovo ben sodo. Aggiungi a filo l’olio extravergine di oliva e se necessita bel brodo di cottura. Aggiungi il succo di limone fino ad ottenere una salsa omogenea e non troppo densa.
Taglia il tacchino a fette sottili. Aggiungi la salsa e qualche cappero per decorazione.
Per ottenere i “fiori” dopo aver affettato la carne, con il tagliabiscotti, ricavare 5 cerchi sottili. Sovrapponi per un terzo i cerchi uno sull’altro; Arrotola i dischi Talia a metà il rotolo ottenuto in modo da ottenere due fiori. Allarga un poco la parte in alto dei “petali” in modo da farli assomigliare il più possibile a delle “roselline”. Appoggia i fiori così ottenuto su un cucchiaio abbondante di salsa. Aggiungi per ogni fiore un cappero.

tacchino tonnato

Ingredienti
800 g di petto di tacchino
1 cipolla
2 gambi di sedano
1 carota
1 cucchiaio abbondante di aceto
1 cucchiaio abbndante di olio e.v.o
sale q.b.

Per la salsa
150 g di tonno sott’olio
3 acciughe sotto sale
una mnciata di capperi
2 tuorli di uovo sodo
succo di un limone

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I Ninos invueltos di Petronilla

Non potevo mancare nel celebrare una donna che ritengo un mito, per le cose che ha fatto.

Da leggere di un fiato l’intervista ad Alessandra De Vizzi, autrice con Roberta Schira, di un libro sulla storia di Petronilla, perchè ti cattura e descrive in maniera emozionante lo spirito di una donna straordinaria. La trovate sul Calendariodel Cibo Italiano che oggi celebra la Giornata Nazionale di Petronilla. Ringrazio ancora di cuore per la sua generosità.

Riporto qui sotto la ricetta uscita sulla Domenica del Corriere del 15 gennaio 1933: I Ninos Invueltos

“Fu appunto chiacchierando presso al banco della Nene macellaia, che ieri una tale…americana mi ha insegnato a fare i ninos invueltos, cioè i piccoli involti che in Argentina – mi ha detto – sono molto apprezzati.
Io, che tutta gioisco quando posso darmi col marito certe arie e che sono beata quando posso sfoggiare esotici nomacci, io non ho perso tempo e subito, al pari della signora americana, mi sono fatta tagliare dal garzone alcune fettine di fesa, cioè di polpa bianca di vitello. Le ho fatte, poscia, battere ben bene e, appena giunta a casa, le ho stese sul tagliere; ho coperta ciascuna d’esse di prezzemolo finemente tritato; vi ho adagiato sopra mezzo tuorlo d’uovo sodo; ho aggiunto un pizzico di sale; e ogni fetta, con il suo ripieno dentro, l’ho arrotolata e infine legata con un filo grosso per poterlo così ben vedere e facilmente togliere, prima di servire il piatto.
Poco prima del pranzo, ho messo una padella con burro al fuoco; vi ho fatto poi cucinare gli invueltos; quando furono rosolati, li ho bagnati con mezzo bicchiere di vino bianco; dopo cinque minuti ho unito una manciata di funghi secchi già rammolliti in acqua tiepida ed un po’ di sedano tritato; allorchè il vino fu consumato ho aggiunto un po’ di salsa di pomodoro sciolta nell’acqua e, poco dopo perchè la bagna non diventasse troppo densa, altre due dita di vinello bianco.
- Prima di servire – mi aveva detto la signora americana – tolga funghi e sedano; li passi per il setaccio e li sparga infine sui ninos invueltos, nel piatto.
Ma io, per fare presto, manco mi sono sognata di ricorrere ieri al setaccio; eppure…..quando, con tutta la mia aria di importanza, ho dichiarato che quelli erano i ninos invueltos giunti dall’Argentina, marito e i ragazzi sono proprio rimasti lì di stucco, ed hanno poscia persino dichiarato (oh le facce toste!) che loro avevan già ben capito che quello era un piatto esotico, una squisitezza d’oltre oceano, certamente!”
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Meditaggiasca 2017

olive

Si rifa la valigia e si riparte. Questa volta non sarà un Calendario del Cibo Italiano, Bianca Berti, Alessandra Molla, Sabrina Fattorini, Alessandra Gabrielli, Fausta Lavagna, Silvia de Lucas Riviera e insieme ad un Maestro dell’ olio arteciperemo ad una cooking class tematica sugli impasti a base di extravergine.

Tanti gli chef che si alterneranno in cooking show spettacolari secondo un programma dedicato alla taggiasca e a tutti i prodotti che vengono realizzati partendo dall’oliva ligure: Kotaro Noda, Mirella Porro, Andrea Ribaldone, Riccardo Farnese, Antonio Buono, Giorgio Servetto, Sybil Carbone, Nikita Sergeev, Andrea Setti, Cristoforo Trapani, Manuel Marchetta.
olio meditaggiasca

La manifestazione, grazie al fondamentale contributo del Comune di Taggia, è organizzata dall’ Associazione Oro di Taggia, l’Associazione produttori Moscatello di Taggia e Witaly, azienda organizzatrice di eventi enogastronomici nel territorio nazionale.
L’associazione Oro di Taggia nasce per salvaguardare e promuovere l’olio e l’oliva di cultivar Taggiasca, e si rivolge sia ai produttori, per confrontarsi e migliorare le tecniche agricole, di frangitura e di commercio, sia agli utilizzatori, per fare capire meglio le caratteristiche dell’olio e dell’oliva, ed indirizzarli nell’assaggio. L’Associazione produttori Moscatello di Taggia è un’ associazione che riunisce i produttori del moscatello garantendone la qualità dei vini con un rigido disciplinare di produzione ed accurati controlli.

Le giornate saranno coordinate e commentate da Luigi Cremona, noto giornalista enogastronomico.

Quindi ancora in giro per divertirsi ed imparare. Ne riparliamo al ritorno.

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Crostata di riso

torta di risoNon sarà l’ultima ricetta a base di riso, ma sicuramente per il mese di aprile si, ne abbiamo fatto una bella scorpacciata. Chiudo il mese con una ricetta per il calendario del Cibo italiano, la GN delle Torte di Riso

In un robot da cucina con la lama di metallo, lavorate insieme brevemente la farina, il lievito e il sale. Unite il burro e azionate rapidamente il robot fino ad ottenere un impasto di briciole grandi quanto pisellini. Unite l’aceto e la minor quantità possibile di acqua ghiacciata e azionate rapidamente il robot.
Il composto dovrà essere friabile ma rimanere attaccato se si pizzica tra le dita. Se necessario, unite ancora un po’ d’acqua.
Trasferite in un sacchetto di plastica e impastate rapidamente attraverso il sacchetto finché il composto sta insieme.
Dividete l’impasto di 2/3 e 1/3, con ognuno formate una palla e avvolgetele nella pellicola e appiattitele a disco. Mettete in frigorifero per almeno 1 ora (meglio per una notte) prima di stendere la pasta.
Stendete la pasta friabile in un disco con uno spessore di circa 3 mm o più sottile.
Trasferite in una tortiera. Coprite con la pellicola e mettere in frigo per almeno 30 minuti poi cuocere in forno a 180° per circa 10 minuti.

fetta

In una casseruola bollire il latte con il sale, aggiungere il riso e cuocere per circa 20 minuti. Montare gli albumi a neve, con metà dello zucchero e il limone.
Raffreddare il riso, unire lo zucchero, il burro, i tuorli, uno alla volta e la buccia di limone grattugiata; alla fine aggiungere molto delicatamente gli albumi montati.
Versare il composto di riso nello stampo di frolla precedentemente cotto e infornare a 180° per circa 15-20 minuti.

crostata di riso

Ingredienti

160 g di farina
una punta di coltello di lievito per dolci
100 g di burro, freddo e tagliato a cubetti
3 cucchiai di acqua gelata
1/2 cucchiaio di aceto
sale

100 g di riso Arborio
90 g di zucchero
1/2 l di latte intero
30 g di burro
2 uova
buccia di limone grattugiata
sale

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I bomboloni

bomboloni

Ricordi di infanzia. Per il calendario del cibo italiano, Giornata Nazionale dei Krapfen e dei Bomboloni.

Un dolce semplice, semplice che piace sempre. che ti riempie le labbra di zucchero. Che sta tra le mie origini austriache da parte di padre e quelle toscane di mia madre e le vacanze in versilia dove sulla spiaggia i venditori ambulanti insieme al cocco fresco vendevano i bomboloni.

Va fatto sciogliere il levito di birra nel latte tiepido. In un contenitore mettere la farina e versare le uova precedentemente sbattute. Aggiungere lo zucchero e il burro fuso freddo, impastare prendendo la farina dai lati, aggiungendo il latte a filo.

Coprire e lasciare lievitare in luogo caldo e riparato per circa 2 ore.
Con le mani infarinate, staccare dei pezzi dall’impasto formando delle piccole palline, metterle a riposare su carta forno, per 30 minuti, possibilmente coperte.
Trascorso il tempo, se li volete con buco farlo in mezzo ad ogni pallina, ma grande perchè poi in cottura tende a stringersi, altrimenti lasciateli così.
Friggere gli anelli o le palline nell’olio bollente, rigirandoli appena prendono colore. Scolare su carta assorbente, passarli nello zucchero semolato e mangiarli, o portarli in un sacchetto di carta a scuola e mangiarli nell’intervallo.

boccone

Ingredienti:
1/2 kilo di farina
75 gr. di burro fuso
25 gr. di lievito di birra
250 gr. di latte tiepido
2 uova
75 gr. di zucchero, più quello dove rivoltare le frittelle
olio di semi di arachide per friggere

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Le fave ai tempi dei Romani

fave

Se non avete mai fatto un giro nel Museo Archeologico di Torino ve lo consiglio, specialmente se sarete accompagnati nel giro da una guida che vi racconta con passione tutti gli aspetti di questa che oggi è chiamata GastroArcheologia.
In occasione del Festival del Giornalismo Alimentare che si è tenuto a Torino nel recente Febbraio mi è stato possibile godere di questo privilegio. Un modo di fare cultura gastronomica partendo dalle nostre origini, senza passare da uno ShowCooking Stellato.

romani

In un viaggio affascinante scopriamo molte cose tra cui dil GarumApicio, Marco Gavio Apicio è stato un gastronomo dell’Antica Roma, vissuto a cavallo fra il I secolo a.C. ed il I secolo d.C. Descritto come amante dello sfarzo e del lusso dalle fonti, egli costituisce ad oggi la nostra principale fonte sulla cucina romana, nel De re coquinaria condisce con il Garum almeno 20 piatti. Il Garum era così comune che Apicio, dà per scontata la ricetta e nel suo libro non ce l’ha tramandata; accenna soltanto che è un prodotto della fermentazione delle interiora di pesce e pesce al sole, senza neanche dire che erano preventivamente salate. Scrive che dalla fermentazione di queste interiora, si separa un solido e un liquido che chiama liquamen.

E’ difficile oggi ripetere le ricette di allora, sia per una mutata idea del Gusto a cui oggi siamo abituati, sia per una serie di prodotti oggi introvabili. Per celebrare quindi la del Calendario del Cibo Italiano prendo una ricetta di Apicio, rivista in chiave moderna da di Hans-Peter von Peschke e Werner Feldmann in La Cucina dell’Antica Roma.

Nella ricetta in chiave moderna alcuni prodotti sono usati in sostituzione del Garum. Ne risulta una pietanza abbastanza forte, per il mio palato, ma piacevole probabilmente da stemperare unendo le fave a qualche insalata.

Pulire le fave e cuocerle in brodo vegetale per circa 30 minuti. Scolarle. Mescolare, usando il mortaio, pepe e cumino macinati con sedano montano e coriandolo tritati, salsa di soia, olio, vino e acciughe. Ne uscirà come un pesto un poco più liquido. Condire le fave con questa salsa e rimettere il tutto a cuocere per altri 5 minuti. Servire.

Ingredienti
800 g di fave fresche
1/2 l di brodo vegetale
1 pizzico di pepe nero macinato
1 pizzico di cumino
1/2 cucchiaio di sedano montano (Levisticum)
1 cucchiaio di coriandolo
2 cucchiai di salsa di soia
2 cucchiai d’olio di oliva
1 cucchiaio di vino bianco
1 filetto di acciuga sott’olio

fave

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Le frittelle al basilico di Totò

frittelle al basiico

A cinquanta anni dalla morte di Totò festeggiamo oggi la giornata Nazionale di Totò nel Calendario del cibo Italiano.

Totò amava mangiare e aveva culto della buona tavola, di una cucina semplice dove i prodotti di qualità erano i protagonisti. Inoltre il ricordo degli anni più difficili della sua carriera, in cui aveva patito la fame, gli facevano nutrire un profondo rispetto per il cibo. Anche l’aspetto aveva la sua importanza e non doveva mancare un a tavola ben apparecchiata, perché la vista e lo stomaco hanno uguale importanza.
La ricetta è tratta dal libro “Fegato qua, fegato là, fegato fritto e baccalà”, scritto dalla figlia Liliana de Curtis.
Il titolo riprende una delle tante filastrocche inventate dall’attore in uno dei suoi numerosissimi film. Le ricette che vi compaiono sono state tramandate di generazione in generazione in casa de Curtis.

frittelle

Frittelle al basilico

6 zucchine piccole
Una manciata di basilico
Due cucchiai di farina
Un cucchiaio di olio extravergine,
Un albume d’uovo
Olio di semi
Sale e pepe

Lavate le zucchine, grattugiatele finemente e lasciatele asciugare su di un panno da cucina.
In una ciotola unite la farina, l’olio di oliva e mescolate con una frustina fino ad ottenere un composto omogeneo.
Aggiungete ora le zucchine, il basilico spezzato, una grattata di pepe fresco, l’albume d’uovo montato a neve fermissima e amalgamare delicatamente il tutto. Scaldate abbondante olio di semi e con l’aiuto di un cucchiaio immergete, poco alla volta, il composto, in modo da formare tante piccole frittelle. Scolatele sulla carta da cucina e servitele calde.

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La focaccia di Recco

focaccia di Recco

Durante l’ultimo weekend di marzo sono andata a Genova e tra le varie opportunità sfruttate in quel week end una è stata una “lezione” su come si fa la focaccia di Recco. Una sottilissima focaccia ripiena di un filante formaggio. Mi sembra quindi il momento giusto per celebrare la GN della Focaccia di Recco per il nuovo Calendario del cibo italiano

Il luogo della “lezione” è stato il Ristorante Manuelina di Recco, gestito oggi dai bisnipoti di Manuelina, oste da cui nel 1885 è partita la storia della focaccia, oggi famosa in tutto il mondo. Prodotto che nel 2012 ha ottenuto il riconoscimento IGP.
La focaccia di allora segue oggi un rigido disciplinare per il metodo di produzione, tutelato da un Consorzio.

la_focaccia

Assaggiata l’originale e seguite le indicazioni del Maestro del Manuelina, ho provato a ripetere la ricetta.
Le quantità del Maestro erano 7,7 kili di farina, 4 lt di acqua e 1,5 di olio corrispondente circa a l 1,3. e 10 kg di stracchino. Per 120 porzioni. il formaggio a porzione dovrebbe pesare 130 g. Fate voi le dovute proporzioni.
La farina è una farina di forza, loro usano una w400 che si fanno fare appositamente da un mulino. Lo stracchino che deve essere ben maturo, preferibilmente a due settimane dalla scadenza, è prodotto da un caseificio locale.

sopraesotto focaccia di Recco

Con acqua, farina, olio extravergine di oliva e sale si fa l’impasto che si lascia riposare per 1 ora, dopo il quale si dividono in pani più piccoli a seconda della quantità di teglie che devono essere prodotte. Dopo la divisione un altro riposo, perchè altrimenti la pasta stressata non renderebbe bene.
La prima difficoltà sta nella stesura dell’impasto che dopo un inizio con il mattarello viene stasa a mano, meglio dire a coi pugni, ed ovviamente è vietatissimo romperla, ma farla il più sottile possibile, meno di un millimetro.

la sfoglia stesa

Viene quindi stesa sul testo di rame, precedentemente unto con olio evo. Sulla superficie viene distribuito a mucchietti lo stracchino in maniera uniforme. Sopra viene appoggiata una seconda sfoglia che se possibile dovrebbe essere più sottile di quella alla base, che ricopre tutta la teglia. La sfoglia la si “preme” sull’impasto e si producono delle piccole rotture sulla superficie in modo che in cottura fuori esca il vapore e la pasta risulti croccante.

la sfoglia finita

Con il mattarello si comprimono i bordi della teglia in modo da tagliare la pasta eccedente. Un giro di olio e di sale e la focaccia è pronta per essere messa in forno già caldo. Tra i 270° e 320°.
Il forno di casa deve essere alla massima potenza perchè solitamente non arriva a quelle temperature, se possibile una volta inserita la teglia lasciare accesa solo la parte inferiore del forno, e spegnere quella superiore. Perchè deve asciugarsi maggiormente sotto, vista l’umidità che potrebbe rilasciare il formaggio. In 4/8 minuti la focaccia è pronta.

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focaccia di casa miaIngredienti per una teglia piccolina da 33 cm, (ma è avanzata della pasta)
250 g di farina forte w360
25 g di olio extravergine di oliva
acqua
sale
340 g dii stracchino


Pici di grano saraceno con orata e asparagi

asparagi

Oggi è la GN dell’Asparago ed inizia la stagione produttiva. Riprendo così a pubblicare per il nuovo Calendario del cibo Italiano, targato Mtchallenge.

Ho mangiato sempre gli asparagi cotti, solitamente lessati, scopro invece che si possono mangiare tagliati fini come i carciofi, anche crudi o leggermente saltati in modo da mantenere una leggera coccantezza. E sono buonissimi. Così è stata condita questa pasta dal sapore ruvido del grano saraceno.

Impastare le farine con le uova, l’acqua, un pizzico di sale e un cucchiaio di olio. Lavorare fino ad ottenere un composto ben sodo, formare una palla, avvolgerla in un panno e lasciar riposare in frigo per 30 minuti.

pici

Per il condimento pulire gli asparagi pelandoli con un pelapatate. Eliminare alcuni centimetri della parte dura e affettarli a striscioline.
Sfilettare un’orata e ricavarne dei bocconcini. Scaldare in un tegame, largo e basso, l’olio. Aggiungere i bocconcini di pesce, scottarli brevemente, poi sfumare con il vino e in ultimo unire il filetto di alice a pezzetti, gli asparagi e le olive continuando la cottura per qualche minuto. Aggiustate di sale e pepe.

Togliete la pasta dal frigorifero e preparare i pici utilizzando l’apposito torchio o a mano, dividendo la pasta in tanti gnocchetti e con ciascuno formare un cilindro. Arrotolarli poi arrotolandoli su un piano di lavoro tirandoli fino a formare un grosso spaghetto.
Lessare i pici in abbondante acqua salata, scolarli ad dente e mantecarli per qualche istante sul fuoco con i bocconcini di orata, gli asparagi e le olive. Servire con un poco di prezzemolo tritalo. Il tempo di cottura dei pici dipende dal calibro che avete fatto.

pici e asparagi

INGREDIENTI

250 g di grano saraceno
750 g di farina 0
4 uova
225 g di acqua
olio e sale

400 g di orata (oppure ricciola)
Un filetto di alice dissalata
20 olive taggiasche denocciolate
6 asparagi
10 cl vino bianco
olio e sale

asparagi e pici

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Terrina di verdure con cruditè di Asparagi

corona di asparagi

Tagliate gli asparagi a 4 cm. dalla punta e affettare più sottilmente possibile i gambi nel senso della lunghezza e metteteli da parte.
Qualche gambo pulito e tagliato a tocchetti mettetelo a lessare in acqua calda leggermente salata. Sgranate i piselli e metteteli a cuocere in acqua bollente salata. Tagliate la la zucchina in 4 per il lungo e riducetela a cubetti di 5 m. Pelate le carote, lavatele e tagliatele a rondelle. Togliete il picciolo dei pomodori e incideteli nella parte superiore poi tuffateli in acqua bollente per tre secondi e raffreddateli in acqua ghiacciata, pelateli e tagliateli a dadini di 5 mm. Mondate una cipolla e tagliatela a fette sottili.

asparagi

Mettete a stufare la cipolla, salate e quando è appassita aggiungete le carote, fate stufare. Dopo qualche minuto aggiungete i peperoni. Mescolate. Aggiungete le zucchine, dopo i piselli e gli asparagi lessati. Mescolate e dopo qualche minuto aggiungete la zucchina e per ultimi i pomodori. e lasciate stufare a fuoco basso e coperto.

Sbattete le uova, aggiungete il parmigiano, la farina di mandorle e il latte. Mescolate il composto regolate di sale e pepe, aggiungete la verdura stufata. Dividete la preparazione in cinque cocotte da 8 cm. cad. Mettete in forno riscaldato e cuocete per 40 minuti a 180°.

tortino di asparagi

Sformate i tortini e serviteli con le punte di asparagi crude condite con qualche goccia di limone e olio extravergine di oliva, che circondano il tortino.

Inscatolate e portateli con voi nela splendida località che avete scelto per il vostro pic-nic di pasquetta.

scatola

INGREDIENTI per 5 porzioni

2 mazzo di asparagi verdi
100 g di piselli
1 peperone
1 zucchina
2 pomodori
qualche foglia di basilico
1 cipolla
2 carote
4 uova
10 g di parmigiano
10 g di farina di mandorle
1 dl di latte
sale e pepe

CON QUESTA RICETTA PARTECIPO A SEI IN CUCINA – LA SFIDA DEGLI INGREDIENTI

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Cake morbido alla zucca di Leonardo Di Carlo

E’ tempo di zucche. Zucche che si trasformano. Non posso fare a meno di preparare una ricetta con questo prodotto, dal colore stupendo e dal sapore particolare. E’ un vero prodotto autunnale, pieno di fascino.
Ho scelto una ricetta da poco letta nel gruppo di Facebook del Fan Club dove il Maestro Pasticcere Leonardo Di Carlo ha postato la ricetta del cake. E ho provato a rifarla.

Il risultato è quello di un dolcino morbido che si scioglie in bocca, nonostante il pochissimo lievito usato in percentuale.

Ingredienti per 30 da 5 cm., 4 da 6,5, 5 da 8 cm.

450 g di polpa di zucca
450 g di zucchero semolato
250 g di olio di girasole
2 g di bacca di vaniglia
2 g sale fino
200 g di uova intere (4 medie)
400 g di farina bianca 00 (w 150-160)
7 g di lievito chimico
7 g di bicarbonato di sodio
120 g di farina di mandorle
50 g di farina fioretto

Cuocere la zucca per ottenere la polpa, (io l’ho cotta in forno). Mettere nel mixer i primi 6 ingredienti, e mescolare. Unire le farine e il lievito setacciato e il bicarbonato.
Mettere negli stampi e cuocere in forno preriscaldato a 160°, la ricetta dice per 20 minuti. Nel mio forno, non professionale ci hanno messo 35/40 minuti.

Far raffreddare e decorare a piacere.

Oggi il Calendario della cucina italiana di AIFB celebra la zucca, e mi sembra un modo adeguato di parteciparvi. L’ambasciatrice è Sabrina Fattorini.


DolceRiso del Moro

Sono io oggi l’ambasciatrice della Cucina di Corte del Calendario AIFB, dove lì potete leggere l’organizzazione e gli usi nelle cucine e nei banchetti nelle più grandi Corti d’Italia. Qui vi presento un dolce tipico della città di Vigevano dove ho vissuto fino ad un paio di mesi fa e a cui sono molto affezionata.

Il dolceriso del Moro è un dolce tipico di Vigevano, pensato e realizzato a fronte di ricerche fatte da Gabriella Maldifassi, artista, scrittrice e curatrice di diverse mostre.

Il contesto:
Nel 1447 Filippo Visconti duca di Milano, mori sena eredi e gli subentrò il genero Francesco Sforza I . Morto Francesco I divenne duca il figlio Galeazzo che fu assassinato dieci anni dopo. Erede fu Gian Galeazzo che era piccolo e reggente al trono divenne lo zio Ludovico il Moro. Nel 1492 mori Gian Galeazzo con un figlio di anno. Ludovico il Moro prese il potere fino al al 1499. Sposò Beatrice d’Este sorella di Alfonso I duca di Ferrara. Molti banchetti furono organizzati a Vigevano, residenza di svago di Beatrice e Ludovico.

L’idea del dolce riso del moro, dolce rinascimentale

Nel 1992 la piazza fu ristrutturata in occasione dei festeggiamenti dei 500 anni dalla scoperta dell’America e dalla costruzione della piazza ducale di Vigevano. Durante i festeggiamenti durati tre anni, tempo di realizzazione dei lavori, Gabriella Maldifassi, artista e curatrice di alcune mostre che nel periodo vennero organizzate pensando al rinfresco di uno di questi eventi, decise che doveva essere qualcosa di particolare legato al periodo storico di cui si stava parlando.

Dopo ricerche effettuate sulla gastronomia antica, si focalizzò sul periodo rinascimentale.
L’idea di questo dolce, presentato nel 1993, è stata elaborata facendo in modo di entrare nei panni di Beatrice la moglie di Ludovico il Moro. Vigevano faceva parte dei possedimenti di Ludovico il Moro, era una castello dedicato a svaghi, vacanze, caccia visto la vicinanza con i boschi del Ticino.
Documenti non ce ne sono ma sappiamo che nel 1491 Beatrice era spesso qui in questa corte, può essere che abbia dato incarico ai cuochi del castello di elaborare qualcosa di speciale in occasione di una delle numerose feste che si tenevano a corte.
In linea con la tradizione dei ricettari del periodo è uscito questo dolce, che ha ingredienti particolari.

Il riso che costava moltissimo, veniva venduto dagli speziali insieme allo zucchero, non si conosceva la pianta e c’era poca coltivazione. Ci sono dei documenti che attestano che una coltivazione veniva fatta nella tenuta Villanova, vicino a Cassolnovo. Nel 1475, in una lettera il Duca, mandava a Ferrara 12 sacchi di riso. Il riso veniva utilizzava in ambito del ducato e nella corte.
Beatrice conosceva il riso per la sua presenza alla corte Aragonese dagli zii, visto che il riso è stato coltivato prima in Spagna che in Italia.
Usare il riso in una preparazione dolce era in linea con i ricettari del periodo, usato cotto nel latte, con le mandorle e lo zucchero.

In questa ricetta oltre alla cottura nel latte viene profumato con l’acqua di rose, serve per impreziosire il dolce insieme alle mandorle e dargli un sentore di esotico
Il riso viene racchiuso in una crosta croccante, definita pastello o pasticcio, che nel tempo veniva cotta sul fuoco, nel testo.

Lo stampo usato è particolare, rispecchia la necessità di fare propaganda al proprio casato. Le imprese araldiche servivano a far comprendere e mostrare quale era la politica del duca. Una sorta di “pubblicità” attraverso le immagini, visto l’analfabetismo diffuso dell’epoca. Tra le imprese araldiche care a Ludovico il Moro c’era lo “Scovino”, che si trova sia nei tondi della piazza ducale, e al Colombarone della Sforzesca, attestato in libri e quadri con Ludovico vestito in abiti di velluto su cui è ricamata questa impresa araldica.

All’interno dell’impasto c’è un’altra preziosità: i candidati. I cedri che arrivavano da Genova, attraverso gli Appennini perché i confettieri genovesi era i più rinomati.
Sarebbe stato bello poter usare i frutti canditi “colorati” perché un modo che avevano i nobili di dimostrare alle persone che sedevano nel loro banchetto, mostrare la propria opulenza, era quella di usare le pietre preziose nelle ricette, come le perle nel riso. Ma il dubbio sull’uso dei coloranti artificiali nei candidi ha fatto propendere per l’uso nella torta, solo del cedro candito polverizzato.

Nasce coì questa ricetta che dal 1993, quando è stata presentata al pubblico, è un vanto per la città di Vigevano e riscuote notevole successo.

Oggi, e domani, inoltre è la festa di Vigevano e come ogni anno si tiene il Palio , ed è un buon modo per essere catapultati nel periodo rinascimentale e mangiare il dolce con Beatrice e Ludovico.

Pur conoscendo gli ingredienti usati nella torta, la ricetta è gelosamente conservata dall’unica pasticceria, Pasticceria Dante, che a Vigevano la produce, per cui le quantità sono puramente una ipotesi.

Ingredienti

Pasta frolla
Farina 400 g
Burro 200 g
Zucchero 180 g
Tuorli 2
Vaniglia

Ripieno
Riso 250 g
Latte 1 litro
Vaniglia mezza bacca
Cannella
Buccia di limone
Farina di mandorle 100 g
Cedro candidato in polvere
Zucchero 150 g
Sale
Acqua di rose 2/3 gocce

Portare ad ebollizione il latte con i semi della bacca di vaniglia e la scorza di mezzo limone.
Versare il riso e cuocerlo per 30 minuti aggiungendo, a metà cottura, zucchero, un briciolo di sale, il burro e un cucchiaino raso di cannella.
Intanto fare la pasta frolla montando lo zucchero, le uova, il burro morbido e il pizzico di sale. Unire tutto alla farina. Impastare velocemente e mettere l’impasto in frigorifero per il riposo, per 30 minuti.
Quando il riso è giunto a cottura, dovrà risultare ancora al dente ma molto cremoso e abbastanza liquido, levare la buccia del limone e unire la farina di mandorle, il cedro candito. Unire al riso l’acqua di rose.
Foderare una teglia di 24 cm con la pasta frolla, mantenendo un bordo di circa 5 cm, e versarci il composto; chiudere la torta con un altro disco di pasta frolla e infornare a 180° per circa 50 minuti o comunque fino a quando non avrà acquisito un bel color biscotto non eccessivamente bruciato.


Champignon sott’olio

Oggi è la Giornata Nazionale dei funghi sott’olio del Calendario del cibo di AIFB la cui ambasciatrice sono io. Per cui andate di là a leggere le informazioni sulla raccolta dei funghi.
Qui volevo solo sottolineare un aspetto quello più magico e intrigante, non meno serio ma fatto di credenze, supposizioni e magie da sempre legate ai funghi.

Funghi magici, allucinogeni, curativi.

Persino nelle favole per bambini come in “Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Caroll, si fa riferimento alle sue proprietà allucinogene dei funghi: Alice incontra un bruco, che se ne sta in panciolle sopra il cappello di un gigantesco fungo. Ascolta Alice che si lamenta di essere piccola di statura ed il bruco alla fine le dice: “Un lato ti farà diventare più alta e l’altro ti farà diventare più bassa” Ed Alice tra sè e sè: ‘Un lato di che cosa? E l’altro lato di che cosa?’ ‘Del fungo’, disse il Bruco, come se Alice lo avesse chiesto ad alta voce e subito scomparve.

Molte leggende sono sorte intorno ad un fenomeno della natura che vede formarsi cerchi di erba all’interno arida e all’esterno rigogliosa. Spesso intorno a questi cerchi chiamati i “cerchi delle streghe” nascono i funghi, dando vita ad un cerchio quasi perfetto. La leggenda riteneva che le streghe avessero celebrato lì il loro rito, il sabba. Altre leggende parlano di fate ed elfi. Comunque trattasi di un luogo da cui tenersi alla lontana, onde evitare qualsiasi maledizione.
La leggenda resta in vita anche se ci sono delle spiegazioni scientifiche: “il fenomeno è invece dovuto al micelio dei funghi che, una volta formato, tende a propagarsi attraverso terminazioni periferiche che vanno verso l’esterno. Al centro la terra rimane arida perché il micelio decomposto e svuotato dalle sostanze nutritive rappresenta un “elemento tossico”; all’esterno, invece, la vita corre e si propaga – nel corso de metabolismo del micelio viene liberata ammoniaca che, trasformata dai batteri nitrificanti in ione nitrico, agisce da concime – si forma così un cerchio di erba verde e vigorosa, dalle profonde radici che si espandono verticalmente, resistente anche ai freddi venti sotto zero”.

Ma tutte le culture hanno un riferimento mitologico da raccontare: nella Cina antica, il fungo ku o chih era considerato simbolo di lunga vita, magico, divino e legato in qualche maniera all’immortalità.
Geroglifici egiziani di 4.600 anni fa attestano che i Faraoni pensavano che i funghi fossero “erbe dell’immortalità”. Gli antichi egiziani credevano che in funghi selvatici fossero i “figli degli Dei” mandati sulla terra attraverso i fulmini e per questo solo ai Faraoni era permesso mangiarli.
Gli Aztechi ed i Maya consideravano i funghi allucinogeni “carne divina”, per le loro proprietà allucinogene. Anche nell’antica Grecia, come in Cina, il fungo era considerato simbolo di vita e pertanto divino.
Narra infatti una leggenda che l’eroe Perseo, dopo un lungo viaggio, trovandosi stanco ed assetato, si poté rifocillare con dell’acqua raccolta all’interno del cappello di un fungo; per questo motivo decise di fondare in quel posto una nuova città che chiamò Micene (che deriverebbe così da μύκης mýkēs = fungo), dando vita alla civiltà micenea.
Invece nella Roma antica il fungo, diventò anche simbolo di morte: sono vari gli episodi tra leggenda e realtà legati alla concezione funesta dei funghi. Si narra ad esempio che l’imperatore Claudio era così ghiotto di funghi che morì proprio a causa di questi: la moglie Agrippina, conoscendo questa sua debolezza culinaria e desiderando mettere sul trono, al suo posto, il figlio di primo letto Nerone, lo avrebbe fatto avvelenare proprio con dei funghi velenosi.
La mitologia del Nord Europa, narra che una volta Odino era inseguito dai diavoli e le gocce di bava rossa che cadevano dalla bocca di Sleipnir, il suo mitico cavallo ad otto zampe, si trasformarono magicamente in funghi rossi.
In Siberia, come racconta James Arthur, un etnobiologo di fama internazionale, “gli sciamani usavano e usano il fungo Amanita muscaria come un sacramento religioso. Con essi, potevano entrare in uno stato di trance che consentiva loro di intraprendere il cosiddetto volo dell’anima. Durante questo volo, la loro anima abbandonava momentaneamente il corpo e si trasferiva in altre realtà popolate dagli Dei o da varie categorie di spiriti e di anime di defunti.
Recentemente, nel settembre del 1991 nelle Alpi tirolesi è stata trovata una “mummia” di 5300 anni. Questo uomo primitivo aveva con sé un kit medicinale contenente un fungo “Piptoporus betulinus”, importante per le sue proprietà antibiotiche e vermifughe. Alcuni studi hanno dimostrato che l’uomo fosse stato infettato da vermi intestinali e che quindi si stava probabilmente curando con i funghi.
Gli esperti dell’università californiana di Berkeley dicono che i funghi siano una fonte, finora piuttosto sottovalutata, di importanti sostanze nutritive, come la vitamina B, il rame, il ferro, il potassio e il selenio.Hanno anche qualche fibra, ma poche calorie. Sembra che alcuni funghi, e in particolare quelli che da secoli sono utilizzati in Asia, possano avere qualità medicinali, grazie ai polisaccaridi che contengono e ad altri composti. In particolare i funghi shiitake e maitake, che in Cina e in Giappone sono un ingrediente tipico di zuppe e minestre, favorirebbero le difese immunitarie.

Pare che anche i comuni champignon abbiano virtù terapeutiche: oltre a rinforzare la risposta immunitaria (secondo gli studi dell’HNRCA Nutritional Immunology Laboratory di Boston), potrebbero inibire l’attività degli enzimi implicati nel cancro della mammella e della prostata.

I funghi champignon, i più utilizzati nella cucina quotidiana, derivano da quello prataiolo (che vive soprattutto nei prati e nelle radure dei boschi) il nome scientifico è Agaricus Bisporus ed è la tipologia di fungo più coltivato.
Appaiono duri al tatto e bianchi, mentre una volta aperti il colore tende al rosa chiaro; solitamente durante la cottura lo champignon tende a scurire il proprio colore e a perdere leggermente il proprio sapore per il quale è consentita una vasta gamma di preparazioni, soprattutto per le salse. Si possono trovare sul mercato in varie dimensioni, dalle piccole alle medio-grandi, riscuotono grande successo per le loro proprietà nutrizionali: oltre a carboidrati e proteine sono apprezzabili per il loro apporto di fibre vegetali, sali minerali (ferro, rame, manganese, fosforo) e vitamine.

In questa specie di fungo dunque vi sono poche calorie e pochi grassi e se sono presenti sono di tipo polinsaturo pertanto importanti per l’aroma e per la nutrizione; rappresentano un’ottima base per la cucina vegetariana, soprattutto se combinati con spezie ed erbe aromatiche, latticini e frutta.

Tra i Paesi europei l’Italia ha fatto dei grossi passi avanti nella produzione di questa specie di fungo e al fine di incrementarne la vendita e il consumo vengono organizzate annualmente sagre e manifestazioni in varie località italiane.

per la preparazione la stesso metodo che trovate qui: QUI . Questi funghi andranno bene nelle insalate di riso o sulla pizza….


Zuppa fredda alle prugne con budino all’uva sultanina

Camilla Assandri del blog La cascata dei sapori è l’Ambasciatrice di questa giornata nazionale della prugna per il Calendario del cibo italiando di AIFB a cui ho voluto contribuire con questa ricetta.

Desiderosa di farla da tanto tempo, come al solito questo calendario mi spinge là dove la pigrizia e la mancanza di tempo a volte remano contro. Devo dire che ho passato le mie ferie a casa e quindi sicuramente in questo periodo ho più tempo da dedicare a questa attività, solo unicamente per piacere.

Rimando al post sul sito AIFB il racconto sul prodotto e qui resta il procedimento della ricetta per il mio contributo.

Snocciolate le prugne e cuocetele con l’aggiunta di zucchero, vino bianco, vaniglia e cannella a fuoco mite fino a che le prugne non sono disfatte. Passate il tutto e filtratelo. Lasciate raffreddare.
Per il budino fate ammorbidire l’uva sultanina in un bicchiere di maraschino, Intanto montate il burro con la metà dello zucchero e unirvi i tuorli uno ad uno. Montate a neve gli albumi con l’altra metà dello zucchero. Unite all’impasto dei tuorli l’uva sultanina ammorbidita con il suo liquido, le mandorle tritate, i biscotti sbriciolati e gli albumi montati.

Imburrate e cospargete di zucchero le formine e cuocetele a bagno maria in forno a 180° per 25 minuti circa.
Versate la zuppa nei piatti e servitela fredda insieme al budino.

Ingredienti:

perl la zuppetta
500 g di prugne mature
6 dl di vino bianco secco
un cucchiaino di polvere di cannella
una stecca di vaniglia
150 g di zucchero

per il buduno
50 g di uva sultanina
5 cl di maraschino
85 g di burro
90 g di zucchero
3 uova
15 gr di mandorle tritate
130 g di biscotti (frollini) sbriciolati
burro per ungere le formine


Il lonzino

Estate, piatti veloci piacevolmente senza cottura, senza il caldo dei fornelli. Cosa c’è di meglio di un affettato di cui sai provenienza e lavorazione. Uno di quei prodotti come piacciono a me HomeMade.
Un piatto recuperato per la Gionata Nazionale della carne salada per il calendario AIFB. Oggi l’ambasciatrice è Manuela Valentini del blog Profumi e Colori.

Il piatto va programmato perchè ci vuole una settimana circa di preparazione, ma è molto semplice nella sua esecuzione.

Togliere i residui di grasso dalla carne, lonza o filetto di maiale. Mescolare il sale e lo zucchero. In una ciotola che possa contenere la carne distesa mettete uno strato di zucchero e sale. Mettete la carne e ricopritela con il restante mix, lasciare in frigorifero per 2 giorni.
Passati i due giorni, toglierla dal composto che avrà prodotto del liquido. Lavatela velocemente, asciugatrla  e massaggiatela con il misto di aromi e poi ricopritene tutta la superficie. Avvolgetela con della carta assorbente e lasciatela ad asciugare ed aromatizzare in frigorifero per una settimana, prima di tagliarla.

Con questa carne ne ho imbottito dei panini, anche questi ovviamente HomeMade.

Dopo aver rinfrescato la mia pasta madre ne ho tolto un pezzo per le prossime volte e ho aggiunto a quella rimasta lo stesso peso in farina 0 e altrettanto di farina integrale.

Ho fatto la fontana delle due farine e al centro ho messo la pasta madre. In una ciotola ho pesato il latte in cui ho messo lo zucchero integrale. Quando si è sciolto ho iniziato ad impastare. il latte pesato non era sufficiente e ne ho aggiunto dell’altro, poco alla volta fino a quando l’impasto mi sembrava ne avesse bisogno. In ultimo il sale sciolto nell’ultimo cucchiaio di latte.

Ho impastato per una decina di minuti. Poi ho porzionato l’impasto in pezzi da circa 50 gr, l’uno. Non proprio tutti uguali, ma abbastanza vicini e ne sono venuti 29.

Ogni pezzo l’ho steso, l’ho arrotolato da un lato in modo da ottenere un filoncino, l’ho schiacciato in modo da ottenere una lunga striscia che ho arrotolato ancora dal lato corto. Sistemati  i panini sulla carta forno  messa nella teglia, li ho spennellati di latte in modo che la superficie non si seccasse.

Li ho lasciati lievitare, coperti a cupola, per circa 5 ore. La temperatura in cucina superava i 30 gradi.

Prima di metterli in forno li  ho nuovamente spennellati con il latte. Sono stati cotti in forno, dove ho inserito un tegamino con dell’acqua, a 180° per 30 minuti.

Questi panini li ho farciti con una foglia di insalata, una fettina di limone e un paio di fette di lonzino.

panini panino-al-lonzino pomodori-pane-e-lonzino

Ingredienti per il lonzino

1,2 kg lonza di maiale
500g sale fino
700g zucchero semolato
misto di aromi secchi

Ingredienti per 30 panini da 50 gr. l’uno

300 gr.di pasta madre, rinfrescata il giorno prima
350 gr. farina 0
350 gr. di farina integrale
50 gr. di zucchero integrale
450 gr. di latte
sale


Turta de vacch

In montagna si sta al fresco spesso anche d’estate, l’aria è pulita, il panorama splendido. Ecco una proposta che proviene dalle parti di Macugnaga e dalle genti Walser. Una comunità giunta in Alta Valle Anzasca, proveniente dalla Svizzera, dall’altra parte del Monte Rosa e adatta alla settimana della cucina di montagna , per il calendario AIFB, la cui ambasciatrice è Cinzia Donadoni del blog Essenza in cucina
Walser deriva da Walliser, ossia vallesi. E’ una popolazione di lingua tedesca e di ceppo Alemanno, la cui presenza a Macugnaga risale alla seconda metà del 1200.
Gotofredo di Biandrate, sposo di Aldisia di Castello ricevette all’atto del matrimonio i diritti signorili che i castelli avevano in Valle Anzasca. Per iniziativa del conte Gotofredo, che voleva sviluppare la zona, i primi Walser approdarono a Macugnaga.

Le condizioni erano durissime: un inverno molto lungo e una breve primavera. La comunità crebbe in maniera molto autarchica fino alla costruzione delle strade. L’amministrazione del paese condotta da un consiglio composto da tutti i capofamiglia, si riuniva sotto un tiglio ancora esistente. Ogni nucleo familiare disponeva di una casa di un fienile e stalla, di un granaio, di un pezzo di terra per coltivare.
La casa era costruita in pietra e legno. In pietra la parte inferiore che fungeva anche da cantina e la parte superiore in legno, dove abitavano.

La cucina era fatta di prodotti poveri, conservati spesso affumicati e attenti ad adoperare tutto, diremmo oggi senza sprechi.
Ad esempio dal latte veniva ricavata la panna, il burro, il formaggio e la ricotta. Il siero che rimaneva veniva dato ai maiali.
Questa proposta arriva da qui, una torta salata fatta, allora con il colostro della mucca, ossia il siero che precede il latte, oggi sostituito con panna e latte.

Imburrate una teglia con 10 g di burro. Scaldate il latte e la panna insieme al burro, noce moscata, sale e pepe. Portate ad ebollizione panna e latte, quindi versate la farina a pioggia mescolando velocemente. Versate il composto nella teglia. Fate cuocere in forno 180° per circa un’ora. Servitela tiepida, cosparsa di fiori di camomilla.

Ingredienti per una teglia da 24 cm.

1/2 lt di latte
1/2 lt di panna
50 g di burro
200 g di farina gialla fine
noce moscata
sale e pepe
20 g fiori di camomilla


Tonno piccante sott’olio

Le conserve mi piacciono, odio gli sprechi. Quando la natura ti offre i suoi doni e puoi utilizzarli tutti o li regali o li conservi per le altre stagioni più povere di prodotti. E adoro l’autoproduzione. Mi cimento dal formaggio, al pane. Lo yogurt, ketchup e così via. E ovviamente la salsa di pomodoro. Ma le conserve di pesce e di carne sono le più ostiche. Ci ho girato intorno senza arrivare al dunque.
Così ho provato con il tonno sott’olio.
Forse è l’unica, sicuramente la scatoletta più utilizzata a casa mia. Ho due figli, oramai grandi e il tonno in scatoletta è sempre stato un risolutore di fame improvvisa, nella pasta, nell’insalata, coi pomodori….Ma essendo conservato e in scatoletta, non credo sia il massimo della freschezza e della qualità. Sicuramente ci saranno tonni e tonni, scatolette e scatolette, ma è l’idea che mi insospettisce.

Alla fine ci ho provato. L’occasione “galeotta”, come spesso accade per farmi superare pigrizie è il Calendario del cibo italiano di AIFB e la Giornata Nazionale del tonno sott’olio di cui oggi l’Ambasciatrice è Nicol Pini del Blog Col Cavolo.

Prepararlo è stato meno impegnativo del previsto, ma i risultati li sapremo fra tre mesi circa, quando la conserva sarà pronta.

Tagliate il tonno, possibilmente ventresca, in pezzi che possano stare nei vasi scelti. Mettetelo in acqua fredda e corrente perchè si depuri, per circa mezza giornata, trascorsa toglietela e asciugatela.
Collocare i pezzi di tonno in una padella di acciaio o coccio. Versate sopra l’aceto e il succo di limone, portate sul fuoco e lasciate cuocere circa 10 minuti rigirando i pezzi con precauzione ed intanto salare con sale grosso pestato.
Lasciate che il tonno si raffreddi.
Collocate i pezzi ben stretti nei vasi unendo alcuni grani di pepe e foglie di alloro.
Ricoprire con l’olio fino a sommergere il tonno. Chiudete ermeticamente i vasi e fateli sterilizzare per un’ora oppure tindalizzare facendoli bollire 20 minuti a volta, per tre volte.

Ingredienti
1 barattolo da 1 lt

2 kg di tonno (meglio ventresca)
250 ml di aceto bianco
1 limone
10 g di pepe
4 foglie di alloro
Olio di oliva extravergine
Sale


Pesche al forno ripiene

Era tanto che volevo provare a farle, ma poi sfuggivano sempre le pesche, perchè mangiate prima di fare in tempo a farle o perchè finita la stagione. Un classico della cucina piemontese.
Questa volta però ne ho sentito parlare così tanto in questo periodo per via del Calendario della cucina italiana di AIFB che non ho voluto saltare anche quest’anno. L’occasione non poteva essere migliore per via della Giornata Nazionale delle pesche all’amaretto la cui ambasciatrice è Ottavia Belli del blog Chicco di Riso . Piemontese, per cui gioca in casa e vi racconterà tutto sulla storia di questo piatto nel post dedicato alla Giornata Nazionale.

Per un piatto così ovvio che ci vogliono delle signore pesche. Io me le procuro a Km0 da un produttore locale lomellino. Appena colte dall’albero, maturazione sulla pianta e non in frigorifero. Succose, tenere, saporite. Una meraviglia.

E’ un classico quindi poco creatività ma esecuzione guardando la ricetta. Ne ho due: una è quella scritta sul “Cucchiaio d’Argento”, la mia Bibbia sulle ricette classiche. E’ un’edizione di 30 anni fa circa, tutta rovinata per via dell’uso, ma utilissima; l’altra ricetta è presa da l’Enciclopedia di Vissani. Le due ricette non differiscono di molto se non nell’uso del vino. Invece del Maraschino, Vissani usa il Moscato.
Questa è la mia versione, sbirciando un po’ qua e un po’ là.

Lavate asciugate e dividere le pesche a metà, togliete il nocciolo e con uno scavino togliete anche un po’ di polpa che terrete a parte.
Tritate le mandorle pelate con gli amaretti e poi aggiungete la polpa di pesca. Unite lo zucchero, il cacao amaro e un cucchiaio di maraschino.
Prendete una pirofila imburrata e posizionateci le mezze pesche. Riempite le cavità con il composto, spolverizzare con dello zucchero e un trito di amaretti.
Mettete la pirofila in forno preriscaldato s 200° per 40 minuti.
Sfornatele e servite.

Ingredienti

4 pesche
40 g di amaretti
40 g di zucchero
1 cucchiaino di cacao amaro in polvere
Qualche mandorla pelata
1 cucchiaio di maraschino
burro per la pirofila


Sgombro al cartoccio

In effetti non è solo uno sgombro, ma anche un cefalo ad essere finiti nel cartoccio, assieme a delle melanzane rosse di Rotonda. Il cartoccio, utilizzando la carta forno o quella di alluminio è una preparazione semplice e veloce che faccio spesso, perchè una volta messo in forno devi controllare solo i tempi di cottura. Il cibo resta morbido perchè conserva la sua umidità e gustoso perchè conserva tutti i sapori e i profumi. In modo particolare per il pesce.
Mi sembra quindi indicato per celebrare la Giornata Nazionale del pesce al cartoccio, del Calendario del cibo italiano AIFB e così contribuire al post della sua ambasciatrice Antonella Vergani.

Dopo aver eviscerato, lavato i pesci li ho sistemati all’interno della carta forno. A parte ho lavato, asciugate, tagliate a pezzi le Melanzane rosse di Rotonda e aggiunte ai pesci nel cartoccio. Ho lavato, asciugato e tagliato a pezzi anche alcuni pomodorini di Pachino e aggiunti al cartoccio. Condito con un giro di olio extravergine di oliva e sale. Per finire ho aggiunto dei pomodorini secchi e del peperone crusco tritato. Chiuso il cartoccio e messo in forno a 180° per circa 20 minuti.
Il peperone crusco di Senise è una identità culturale e gastronomica per la Basilicata. In Basilicata, nel territorio di Senise, il peperone dolce viene coltivato e trasformato in peperone crusco, cioè croccante. Anche la Melanzana Rossa è un prodotto della Basilicata, e non ha nulla a che vedere con la Melanzana solitamente viola. Questa è piccola rotonda, di colore rosso. Assomiglia ad un pomodoro, ma il suo sapore e la sua dolcezza sono indescrivibili.

Ingredienti

1 cefalo
1 sgombro
1/2 kilo di Melanzane rosse di Rotonda
6 pomodori di Pachino IGP
4 pomodorini secchi
1 peperone crusco
sale
olio extra vergine di oliva


Patate alla brace

Oggi inizia Agosto, siamo nel pieno dell’estate, ma per me le patate alla brace sono sempre state un piatto invernale. Lo so che è l’estate la stagione delle griglie e quindi della brace, ma già pensare al caldo torrido dell’esttate e delle ultimi estate, anche di sera.
Mi vien caldo solo a pensarci. E’ vero che è un lavoro da uomini, che li fa sentire molto “maci”, ma a me viene caldo subito e soffro. E avrei preferito scrivere questo post in inverno, che mi avrebbe anche scaldato il cuore, ma inizia oggi la settimana settimana della brace per il calendario di AIFB Calendario del cibo italiano con ambasciatore Gianni Senaldi, quindi soffrirò di caldo aggiuntivo e scriverà il post.

Il piatto per me è invernale perché avendo un camino, avevo la possibilità e d’inverno era spesso acceso e la brace sempre a disposizione, sia per la cottura di carni sia per la cottura delle patate, anche da sole.


Le patate ben avvolte nella carta di alluminio le posizionavo tra la brace del camino, tra le ceneri, un po’ lontano dai tizzoni ardenti che rischiavano di bruciarle. Mentre la carne si cuoceva o mentre si faceva le chiacchiere preliminari al pasto loro si cuocevano, Una controllato ogni tanto, specie per le più piccole, una girata nella cenere e si aspettava.

Poi quando erano cotte, controllate da un’infilata di uno spiedino o stecchino nella patata, si tagliavano a metà. Sopra un po’ di sale e una noce di burro o un giro d’olio di quello extravergine di oliva o due fettine di formaggio: fontina, toma o gruviera. E che bontà.
I bambini la scavavano con il cucchiaino e gli adulti con un buon bicchiere di vino rosso.

Un altro post di ricordi per il Calendario del Cibo italiano, come quello degli arrosticini. Perché il mangiare buono, semplice in compagnia è il meglio che ci sia, Qui non c’è una gran ricetta: la patata deve essere buona, coltivata nell’orto meglio. Lo spazio, il camino, la compagnia fanno da condimento.

Certi piatti in città, in un condominio, con quello del piano di sopra che definisce “puzza” il profumo della griglia e che con i panni stesi non si può fare, anche se avessi lo spazio. Bisogna puntare su altri piatti.

Ingredienti:

Patate
sale
burro o olio
fettine di fontina o gruviera


La Cernia di Plinio al sale

La morte sua è stata una cena per circa 25 persone, ed è stata accompagnata dopo un Brindisi di benvenuto da
- Ravioli di zucca Bertagnina deco al sugo di noci di Sorrento
- Zola cinque stelle al miele di castagno
- Tricolore di frutta al maraschino
- Dolce

Il Plinio, giovane amico Lomellino, l’aveva pescata e conservata giusto per mangiarla in compagnia vista la sua grandezza. E così gli abbiamo fatto onore. A lei, la Cernia, a lui, il pescatore e oggi ancora inserendola tra le ricette che celebrano la Giornata Nazionale del pesce al sale e l’Ambasciatrice Sabrina Gasparri del blog Lesmadeleinesdiproust ce ne parla più che ampiamente.

Aggiungo che la Cernia vive comunemente nel Mar Mediterraneo ad una profondità variabile tra i 10 e i 50 metri (spingendosi fino ai 200, spesso vicino a fondali rocciosi e ricchi di grotte e fenditure. Gli esemplari più giovani vivono in prossimità della costa. Forse è per questo che si fanno beccare.

La nostra cernia pesava circa 5 kg. E’ stata eviscerata e pulita dalle sue interiora ma lasciate tutte le squame e la pelle intera che è l’unica difesa tra il sale che la ricoprirà e la carne del pesce. Riempita la sua pancia di prezzemolo, timo, limone, aglio.
Abbiamo usato delle chiare montate a neve mescolate insieme al sale grosso, per l’impasto. Fatto un primo strato su cui è stata adagiato il pesce e poi ricoperto dalla coda alla testa, compattando bene il sale intorno al pesce.
Infornata in forno già caldo a 180°-200°. Per la cottura tenete conto che serviranno circa 30-35 minuti per ogni chilogrammo di pesce. Quindi ci sono volute un paio di ore.
Una volta cotto sfornata subito, ma lasciato riposare 5-10 minuti, quindi abbiamo iniziato a rompere la crosta di sale, eliminata la pelle e servito il pesce.

Ingredienti:

5 kg di Cernia
10 Kili circa di sale grosso
6 albumi
erbe aromatiche
aglio
limone


Terrina di Melanzane

Settima delle Melanzane per il calendario di AIFB, la cui ambasciatrice è Marina del blog MademoiselleMarina

Da quando ho deciso di fare l’orto, perché avevo a disposizione un pezzo di terra per poterlo fare, le melanzane sono sempre state uno dei prodotti coltivati.
Bellissimi fiori di un rosa acceso, e bellissimi prodotti viola con sfumature di un blu intenso. E’ sempre stata una pianta resistente e nell’orto, in cui non ho mai usato nessun tipo di antiparassitari, ha resistito sempre molto bene.
Fa parte della famiglia degli ortaggi da frutto, con un patrimonio vitaminico e in sali minerali, modesto. La melanzana è il frutto della Solanum Melongena.

Versateli, da fare in mille modi, da sole, con la pasta, come piatto unico o come contorno si prestano a cento preparazioni. Si mangiano subito o si conservano sott’olio per rilasciare i sapori dell’estate durante l’inverno.

Vi propongo questa ricetta, che richiede un po’ di manualità nel confezionare il rivestimento esterno della terrina, ma se ne può fare anche a meno.

Prendete le melanzane, lavatele, asciugatele. Cuocetele in forno a 200 gradi per circa 20 minuti, fino a che infilando uno stuzzicadenti non lo sentite entrare dolcemente, senza alcuna resistenza e la melanzana asciugandosi dall’acqua si è raggrinzita.
Tagliate a metà la melanzana e con un cucchiaio recuperate la polpa senza danneggiare la buccia, che servirà.
Frullate la polpa della melanzana con uno spicchio di aglio, e il timo. Aggiungete un po’ di noce moscata.
Unite la panna, le uova sbattute e un poco di sale.
Tagliate la buccia delle melanzane a strisce di circa due cm.di altezza. Con le strisce, alternandone una rivolta verso l’alto e una verso il basso cercate di comporre un tessuto (trama e ordito) con cui fodererete lo stampo.
Versateci il composto di melanzane e cuocete in forno a bagnomaria a 280° per 40 minuti.

Ingredienti per 6

6 melanzane di media grandezza
30 cl di panna da cucina
4 uova
timo fresco
1 spicchio di aglio
1 grattata di noce moscata
sale


Tortiera di patate e sarde

Eccola qui una, anzi due belle teglie di patate, pomodori e sarde, oppure acciughe. L’importante è che sia pesce azzurro, così festeggiamo la Settimana del pesce azzurro, del Calendario del cibo italiano di AIFB.
Se andate a leggere il post su AIFB per la settimana del pesce azzurro l’Ambasciatrice Cristina Gallitti del blog Poverimabelliebuoni, vi racconterà tutto sul pesce azzurro.
Io lo adoro in tutte le sue ricette e nei diversi tipi di pesce in quanto la denominazione di “pesce azzurro” non si riferisce ad un gruppo scientificamente definito di specie ittiche, ma è utilizzata commercialmente per indicare alcune varietà di pesci, generalmente di piccola pezzatura, di varia forma e sfumature di colorazione, il cui costo è generalmente ridotto per la grande quantità di pescato. Alici o acciughe e sarde sono quelle che essendo più facili da reperire sono anche quelle che sfrutto di più, senza dimenticare lo sgombro. Per gli altri ci devo lavorare su.

Questa ricetta io l’ho preparata sia con sarde che con acciughe, dipende da quello che trovo dal pescivendolo, ma penso le proverò anche con lo sgombro. Potendo scegliere le preferite sono le acciughe di Monterosso.
Avendo vissuto alcuni anni a La Spezia ho avuto modo di conoscerle e di apprezzarne il gusto e il sapore, dato dal mare delle Cinque Terre.

Per la ricetta mettete a cuocere delle patate e levatele non a cottura ultimata ma quando sono ancora un poco dure. Finiranno di cuocere nel forno.
Nel frattempo lavate, pulite togliendo testa e lisca al pesce e apritelo a libro. Tagliate i pomodori a pezzettini. Pulite e tritate del prezzemolo, insieme all’aglio. Grattate del pane secco.

Una volta preparate tutte le basi, mescolate il pomodoro insieme a prezzemolo e aglio, e al pangrattato. Acciungete il sale e olio extravergine di oliva.
A questo punto le patate saranno pronte per essere tolte dal fuoco, pelate e tagliate a fette possibilmente dello stesso spessore.

Prendete una teglia, cospargete un poco di olio e mettete uno strato di pesce, salate, poi uno strato di impasto con i pomodori, poi uno strato di patate e ripetete l’operazione. Sul secondo strato di patate mettete un poco di impasto con i pomodori.

Infornate a forno già caldo per circa un quarto d’ora/20 minuti a 180 gradi. Dipende anche da quanti strati avete fatto.

Ingredienti:

1 kg di pesce azzurro (acciughe, sarde, sgombri)
1 kg di patate
1 kg di pomodorini
un mazzo di prezzemolo
2 spicchi di aglio
200 g di pane secco grattato
olio
sale