Comfort and design food

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Triglie e gallinelle con il loro ristretto

Voglia ancora di mare, di estate, anche se si è all’inizio dell’autunno in città. Sentire il calore del sole e il profumo del mare con un piatto a base di pesce. Triglie e Gallinelle.
In Italia due sono le specie di triglie presenti nei mari: le triglie di scoglio o di fango. Le triglie hanno un aspetto caratteristico ed abbastanza uniforme, con corpo piuttosto allungato ed affusolato, fronte ripida, occhi grandi, due pinne dorsali ben separate, pinna caudale forcuta. Dispongono di due vistosi barbigli sotto il mento, organi chemiosensoriali utilizzati per sondare la sabbia e nascondigli tra rocce e coralli alla ricerca delle prede. La livrea variata da specie a specie, ma è spesso ricca di colori vivaci, dal rosso vivo al giallo oro. Le dimensioni sono piuttosto contenute.

Le triglie di scoglio sono più grandi e più saporite di quelle di fango.

La gallinella, chiamata anche Capone, ha una testa grande e massiccia con un muso ben visibile e sporgente, la spina sull’opercolo non è molto grande. Il profilo della fronte è dritto, non incavato. Le pinne pettorali sono ampie e di color nero-blu con disegni blu elettrico vivace ed una macchia nera all’attaccatura. La linea laterale è evidente, ogni squama sulla linea laterale ha un dentello rivolto indietro. Pinna dorsale a punta. La colorazione del corpo è brunastro o rossiccio sul dorso mentre sui fianchi vira sul rosa salmone. Il ventre è bianco.

Entrambi i pesci sono considerati pesci “poveri”-

Sviscerare i pesci, sfilettarli e lavarli. In una casseruola con dell’olio extravergine di oliva soffriggere lo scelgono tritato, alcuni rametti di timo, qualche foglia di alloro e i pomodori a filetti, l’anice, i finocchi e i peperoni tagliati a cubetti. Poi la metà dei filetti di pesce.
Bagnare con il vino bianco, lasciare sfumare, aggiungere acqua a coprire e lasciare ridurre della metà. Ci vorranno circa 45 minuti. Togliere dal fuoco e lasciare raffreddare. Passare al mixer e filtrate. Aggiustare di sale e pepe.
Cuocere i restanti filetti su una padella antiaderente solo dalla parte della pelle per qualche minuto.
Tostare il pane.
Versare il ristretto in un piatto, appoggiarci le fette di pane tostato e sopra i filetti grigliati. Aggiustare di sale e pepe.

Ingredienti per 4 persone

4 triglie
4 gallinelle
1 scalogno
1 finocchio
2 pomodori
1 peperone rosso
Qualche seme di anice
Timo
Alloro
1/2 bicchiere di vino bianco
Olio
Sale e pepe

Anche questa ricetta è dedicata al contest a sostegno della Dieta mediterranea promosso da AIFB e da L’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli.


DolceRiso del Moro

Sono io oggi l’ambasciatrice della Cucina di Corte del Calendario AIFB, dove lì potete leggere l’organizzazione e gli usi nelle cucine e nei banchetti nelle più grandi Corti d’Italia. Qui vi presento un dolce tipico della città di Vigevano dove ho vissuto fino ad un paio di mesi fa e a cui sono molto affezionata.

Il dolceriso del Moro è un dolce tipico di Vigevano, pensato e realizzato a fronte di ricerche fatte da Gabriella Maldifassi, artista, scrittrice e curatrice di diverse mostre.

Il contesto:
Nel 1447 Filippo Visconti duca di Milano, mori sena eredi e gli subentrò il genero Francesco Sforza I . Morto Francesco I divenne duca il figlio Galeazzo che fu assassinato dieci anni dopo. Erede fu Gian Galeazzo che era piccolo e reggente al trono divenne lo zio Ludovico il Moro. Nel 1492 mori Gian Galeazzo con un figlio di anno. Ludovico il Moro prese il potere fino al al 1499. Sposò Beatrice d’Este sorella di Alfonso I duca di Ferrara. Molti banchetti furono organizzati a Vigevano, residenza di svago di Beatrice e Ludovico.

L’idea del dolce riso del moro, dolce rinascimentale

Nel 1992 la piazza fu ristrutturata in occasione dei festeggiamenti dei 500 anni dalla scoperta dell’America e dalla costruzione della piazza ducale di Vigevano. Durante i festeggiamenti durati tre anni, tempo di realizzazione dei lavori, Gabriella Maldifassi, artista e curatrice di alcune mostre che nel periodo vennero organizzate pensando al rinfresco di uno di questi eventi, decise che doveva essere qualcosa di particolare legato al periodo storico di cui si stava parlando.

Dopo ricerche effettuate sulla gastronomia antica, si focalizzò sul periodo rinascimentale.
L’idea di questo dolce, presentato nel 1993, è stata elaborata facendo in modo di entrare nei panni di Beatrice la moglie di Ludovico il Moro. Vigevano faceva parte dei possedimenti di Ludovico il Moro, era una castello dedicato a svaghi, vacanze, caccia visto la vicinanza con i boschi del Ticino.
Documenti non ce ne sono ma sappiamo che nel 1491 Beatrice era spesso qui in questa corte, può essere che abbia dato incarico ai cuochi del castello di elaborare qualcosa di speciale in occasione di una delle numerose feste che si tenevano a corte.
In linea con la tradizione dei ricettari del periodo è uscito questo dolce, che ha ingredienti particolari.

Il riso che costava moltissimo, veniva venduto dagli speziali insieme allo zucchero, non si conosceva la pianta e c’era poca coltivazione. Ci sono dei documenti che attestano che una coltivazione veniva fatta nella tenuta Villanova, vicino a Cassolnovo. Nel 1475, in una lettera il Duca, mandava a Ferrara 12 sacchi di riso. Il riso veniva utilizzava in ambito del ducato e nella corte.
Beatrice conosceva il riso per la sua presenza alla corte Aragonese dagli zii, visto che il riso è stato coltivato prima in Spagna che in Italia.
Usare il riso in una preparazione dolce era in linea con i ricettari del periodo, usato cotto nel latte, con le mandorle e lo zucchero.

In questa ricetta oltre alla cottura nel latte viene profumato con l’acqua di rose, serve per impreziosire il dolce insieme alle mandorle e dargli un sentore di esotico
Il riso viene racchiuso in una crosta croccante, definita pastello o pasticcio, che nel tempo veniva cotta sul fuoco, nel testo.

Lo stampo usato è particolare, rispecchia la necessità di fare propaganda al proprio casato. Le imprese araldiche servivano a far comprendere e mostrare quale era la politica del duca. Una sorta di “pubblicità” attraverso le immagini, visto l’analfabetismo diffuso dell’epoca. Tra le imprese araldiche care a Ludovico il Moro c’era lo “Scovino”, che si trova sia nei tondi della piazza ducale, e al Colombarone della Sforzesca, attestato in libri e quadri con Ludovico vestito in abiti di velluto su cui è ricamata questa impresa araldica.

All’interno dell’impasto c’è un’altra preziosità: i candidati. I cedri che arrivavano da Genova, attraverso gli Appennini perché i confettieri genovesi era i più rinomati.
Sarebbe stato bello poter usare i frutti canditi “colorati” perché un modo che avevano i nobili di dimostrare alle persone che sedevano nel loro banchetto, mostrare la propria opulenza, era quella di usare le pietre preziose nelle ricette, come le perle nel riso. Ma il dubbio sull’uso dei coloranti artificiali nei candidi ha fatto propendere per l’uso nella torta, solo del cedro candito polverizzato.

Nasce coì questa ricetta che dal 1993, quando è stata presentata al pubblico, è un vanto per la città di Vigevano e riscuote notevole successo.

Oggi, e domani, inoltre è la festa di Vigevano e come ogni anno si tiene il Palio , ed è un buon modo per essere catapultati nel periodo rinascimentale e mangiare il dolce con Beatrice e Ludovico.

Pur conoscendo gli ingredienti usati nella torta, la ricetta è gelosamente conservata dall’unica pasticceria, Pasticceria Dante, che a Vigevano la produce, per cui le quantità sono puramente una ipotesi.

Ingredienti

Pasta frolla
Farina 400 g
Burro 200 g
Zucchero 180 g
Tuorli 2
Vaniglia

Ripieno
Riso 250 g
Latte 1 litro
Vaniglia mezza bacca
Cannella
Buccia di limone
Farina di mandorle 100 g
Cedro candidato in polvere
Zucchero 150 g
Sale
Acqua di rose 2/3 gocce

Portare ad ebollizione il latte con i semi della bacca di vaniglia e la scorza di mezzo limone.
Versare il riso e cuocerlo per 30 minuti aggiungendo, a metà cottura, zucchero, un briciolo di sale, il burro e un cucchiaino raso di cannella.
Intanto fare la pasta frolla montando lo zucchero, le uova, il burro morbido e il pizzico di sale. Unire tutto alla farina. Impastare velocemente e mettere l’impasto in frigorifero per il riposo, per 30 minuti.
Quando il riso è giunto a cottura, dovrà risultare ancora al dente ma molto cremoso e abbastanza liquido, levare la buccia del limone e unire la farina di mandorle, il cedro candito. Unire al riso l’acqua di rose.
Foderare una teglia di 24 cm con la pasta frolla, mantenendo un bordo di circa 5 cm, e versarci il composto; chiudere la torta con un altro disco di pasta frolla e infornare a 180° per circa 50 minuti o comunque fino a quando non avrà acquisito un bel color biscotto non eccessivamente bruciato.


Macaron salati con doppia combinazione di ripieno



La Strada dei Vini e dei Sapori dei Colli Piacentini e la ALMA e AIFB, il contest social #AromiGialloMalvasia, con l’obiettivo di far scoprire i prodotti agroalimentari piacentini ad un pubblico social specializzato.

La Faggiola Srl, Bloomet Srl, in collaborazione con la Camera di Commercio di Piacenza, la Strada dei Vini e dei Sapori dei Colli Piacentini e Strada del Po e dei Sapori della Bassa Piacentina hanno selezionato 30 Food&Wine AIFB che hanno ricevuto gratuitamente una Mystery Box contenente prodotti agroalimentari piacentini e una bottiglia di Malvasia di Candia Aromatica dei Colli Piacentini con i quali preparare una ricetta.
Gli ingredienti della Mystery box sono stati scelti seguendo le indicazioni del testo “La Cucina Piacentina” di Andrea Sinigaglia e Marino Marini (Orme-Tarka, Lit Ed. Srl)

Aglio bianco e scalogno piacentino
Salsa a base di Pomodoro
Grana Padano
Miele Piacentino
Zucca Piacentina
Susine tardive


I vini sono stati selezionati dalla Strada dei Vini e dei Sapori dei Colli Piacentini che ha coinvolto le aziende vitivinicole locali.

Rappresentativi dei sapori del territorio piacentino, almeno due prodotti dovranno essere utilizzati per realizzare una ricetta (dolce o salata) da abbinare e/o che contenga Malvasia di Candia Aromatica.

Faccio parte della schiera dei 30 foodblogger selezionati per partecipare a questo contest e sicuramente c’è un poco di ansia per la prestazione che dovrà essere giudicata da una super giuria.

La mia scelta è caduta su un gioco di dolce/salato. Scegliendo di fare dei “quasi” macaron con un ripieno tra il dolce e il salato. Due diversi tipi di ripieno.
Uno con l’utilizzo della dolce zucca piacentina impreziosita dal miele di tarassaco e curry.
Il secondo ripieno con l’utilizzo dello scalogno, miele e aceto di mele.
Entrambi accompagnati da Malvasia Dolce Spumante 2014 Villa Rosalba, Azienda Agricola socia della Strada dei Vini e dei Sapori dei colli Piacentini

Per i macaron

Iniziare a montare gli albumi, nella planetaria, a neve ferma, ben solida per una decina di minuti a velocità elevata. Nel frattempo mettere in una casseruola, lo zucchero semolato con l’acqua e senza mescolare portare a bollore, a temperatura di 110°, per chi ha il termometro. Per chi non lo ha come me, spengere quando lo zucchero fa le bolle ed inizia ad arricciarsi ai bordi della casseruola.

Ridurre la velocità della planetaria versare a filo lo sciroppo ottenuto. Riprendere velocità e lasciare montare per altri 10 minuti. La massa deve risultare soda e lucida. Fate la prova: prendete un cucchiaio di albume e giratelo, se resta attaccato al cucchiaio va bene.

A parte prendete le mandorle e tritatele fini, fino a ridurle a farina. In alternativa prendete la farina già fatta. Mescolate lo zucchero a velo con la farina di mandorle e fatele andare ancora per qualche minuto nel mixer. Setacciate la farina ottenuta perché non deve risultare nessuna impurità, una volta aggiunta all’albume.

Alla farina aggiungete, non tutto in una volta, l’albume montato, mescolando con la spatola dal basso verso l’alto, in modo da non smontarlo. Mescolare fino ad ottenere un composto morbido e liscio.

Prendere una teglia da biscotti e mettere un foglio di carta da forno, riempire una sac a poche, del composto preparato e fare dei piccoli mucchietti, il più regolari possibile e della stessa dimensione, in numero pari, perchè andranno accoppiati.
Lasciare la teglia all’aria per circa un’ora, in modo che inizino ad asciugarsi. Scaldare il forno a 180°. Infornare e dopo 3 minuti diminuire la temperatura a 160°, continuare a cuocere per altri 10 minuti.

I tempi e le temperature però dipendono molto dal forno che si ha e dalle sue reali temperature.

Una volta cotti toglierli dal forno e lasciarli raffreddare. Staccarli delicatamente dalla carta forno e unirli a coppie inserendo tra le due parti una crema.

Il ripieno di zucca

Mettere la zucca, pulita in forno a 150° per 45 minuti circa. Quando la zucca sarà cotta, lasciarla raffreddare e recuperare la polpa con un cucchiaio. Passare al setaccio fine la polpa. Mescolare per amalgamare. Aggiungere un cucchiaino di miele di tarassaco e una punta di curry. Incorporare il burro ammorbidito alla Crema. Mettere in una tasca da pasticciere e spremere su un guscio di macaron e ricoprire con un secondo.

Il ripieno di scalogno

Infornare a 140° per circa un’ora tre scalone con tutta la loro buccia. Una volta cotti, lasciar raffreddare, togliere la polpa dalla buccia. Con un mixer ridurre la polpa in purea, aggiungere il miele e versarla in una casseruola. Aggiungere sale e pepe.
Far ridurre l’aceto, versarlo caldo sulla polpa di scalogno e proseguire la cottura per cinque minuti. Lasciare intiepidire e incorporare il burro a dadini, fino ad ottenere una crema densa. Mettere la Crema in una tasca da pasticcere e spremere su un guscio di macaron, ricoprire con il secondo

Ingredienti

Per i macaron

100 g. di albumi
150 g. di farina di mandorle
150 g. di zucchero a velo
150 g. di zucchero semolato
50 g. di acqua

Per il ripieno di zucca

250 g di zucca
1 cucchiaino di miele di tarassaco
1 punta di cucchiaino da caffè di curry
50 g di burro

Per il ripieno di scalogno

3 scalogni
20 cl di aceto di mele
1 cucchiaino di miele di tarassaco
50 g di burro
Sale e pepe

L’evento finale si terrà presso CORTE LA FAGGIOLA.

La Faggiola è una Corte Agricola in località Gariga di Podenzano (PC) risalente al 1900, simbolo di innovazione ed esempio di ricerca in agricoltura.
La costruzione è stata sottoposta negli anni a numerosi interventi di ristrutturazione che hanno riguardato i fienili e la stalla per ricavarne una sala convegni, un ristorante didattico, una sala per la degustazione e una bottega dei prodotti agroalimentari. La sala convegni, grazie a un progetto Ministeriale dedicato a Giuseppe Verdi, è stata progettata per far conoscere ai visitatori il contesto storico innovativo che ha permesso di trasformare una tra le agricolture continentali più arretrate in un’agricoltura competitiva a livello europeo, mettendo al centro l’icona di Giuseppe Verdi “Agricoltore Innovatore”.
In programmazione durante l’estate, il restauro della Casa Padronale, in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici permetterà di trasformare la Corte Faggiola in un centro per l’agroalimentare piacentino.


Champignon sott’olio

Oggi è la Giornata Nazionale dei funghi sott’olio del Calendario del cibo di AIFB la cui ambasciatrice sono io. Per cui andate di là a leggere le informazioni sulla raccolta dei funghi.
Qui volevo solo sottolineare un aspetto quello più magico e intrigante, non meno serio ma fatto di credenze, supposizioni e magie da sempre legate ai funghi.

Funghi magici, allucinogeni, curativi.

Persino nelle favole per bambini come in “Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Caroll, si fa riferimento alle sue proprietà allucinogene dei funghi: Alice incontra un bruco, che se ne sta in panciolle sopra il cappello di un gigantesco fungo. Ascolta Alice che si lamenta di essere piccola di statura ed il bruco alla fine le dice: “Un lato ti farà diventare più alta e l’altro ti farà diventare più bassa” Ed Alice tra sè e sè: ‘Un lato di che cosa? E l’altro lato di che cosa?’ ‘Del fungo’, disse il Bruco, come se Alice lo avesse chiesto ad alta voce e subito scomparve.

Molte leggende sono sorte intorno ad un fenomeno della natura che vede formarsi cerchi di erba all’interno arida e all’esterno rigogliosa. Spesso intorno a questi cerchi chiamati i “cerchi delle streghe” nascono i funghi, dando vita ad un cerchio quasi perfetto. La leggenda riteneva che le streghe avessero celebrato lì il loro rito, il sabba. Altre leggende parlano di fate ed elfi. Comunque trattasi di un luogo da cui tenersi alla lontana, onde evitare qualsiasi maledizione.
La leggenda resta in vita anche se ci sono delle spiegazioni scientifiche: “il fenomeno è invece dovuto al micelio dei funghi che, una volta formato, tende a propagarsi attraverso terminazioni periferiche che vanno verso l’esterno. Al centro la terra rimane arida perché il micelio decomposto e svuotato dalle sostanze nutritive rappresenta un “elemento tossico”; all’esterno, invece, la vita corre e si propaga – nel corso de metabolismo del micelio viene liberata ammoniaca che, trasformata dai batteri nitrificanti in ione nitrico, agisce da concime – si forma così un cerchio di erba verde e vigorosa, dalle profonde radici che si espandono verticalmente, resistente anche ai freddi venti sotto zero”.

Ma tutte le culture hanno un riferimento mitologico da raccontare: nella Cina antica, il fungo ku o chih era considerato simbolo di lunga vita, magico, divino e legato in qualche maniera all’immortalità.
Geroglifici egiziani di 4.600 anni fa attestano che i Faraoni pensavano che i funghi fossero “erbe dell’immortalità”. Gli antichi egiziani credevano che in funghi selvatici fossero i “figli degli Dei” mandati sulla terra attraverso i fulmini e per questo solo ai Faraoni era permesso mangiarli.
Gli Aztechi ed i Maya consideravano i funghi allucinogeni “carne divina”, per le loro proprietà allucinogene. Anche nell’antica Grecia, come in Cina, il fungo era considerato simbolo di vita e pertanto divino.
Narra infatti una leggenda che l’eroe Perseo, dopo un lungo viaggio, trovandosi stanco ed assetato, si poté rifocillare con dell’acqua raccolta all’interno del cappello di un fungo; per questo motivo decise di fondare in quel posto una nuova città che chiamò Micene (che deriverebbe così da μύκης mýkēs = fungo), dando vita alla civiltà micenea.
Invece nella Roma antica il fungo, diventò anche simbolo di morte: sono vari gli episodi tra leggenda e realtà legati alla concezione funesta dei funghi. Si narra ad esempio che l’imperatore Claudio era così ghiotto di funghi che morì proprio a causa di questi: la moglie Agrippina, conoscendo questa sua debolezza culinaria e desiderando mettere sul trono, al suo posto, il figlio di primo letto Nerone, lo avrebbe fatto avvelenare proprio con dei funghi velenosi.
La mitologia del Nord Europa, narra che una volta Odino era inseguito dai diavoli e le gocce di bava rossa che cadevano dalla bocca di Sleipnir, il suo mitico cavallo ad otto zampe, si trasformarono magicamente in funghi rossi.
In Siberia, come racconta James Arthur, un etnobiologo di fama internazionale, “gli sciamani usavano e usano il fungo Amanita muscaria come un sacramento religioso. Con essi, potevano entrare in uno stato di trance che consentiva loro di intraprendere il cosiddetto volo dell’anima. Durante questo volo, la loro anima abbandonava momentaneamente il corpo e si trasferiva in altre realtà popolate dagli Dei o da varie categorie di spiriti e di anime di defunti.
Recentemente, nel settembre del 1991 nelle Alpi tirolesi è stata trovata una “mummia” di 5300 anni. Questo uomo primitivo aveva con sé un kit medicinale contenente un fungo “Piptoporus betulinus”, importante per le sue proprietà antibiotiche e vermifughe. Alcuni studi hanno dimostrato che l’uomo fosse stato infettato da vermi intestinali e che quindi si stava probabilmente curando con i funghi.
Gli esperti dell’università californiana di Berkeley dicono che i funghi siano una fonte, finora piuttosto sottovalutata, di importanti sostanze nutritive, come la vitamina B, il rame, il ferro, il potassio e il selenio.Hanno anche qualche fibra, ma poche calorie. Sembra che alcuni funghi, e in particolare quelli che da secoli sono utilizzati in Asia, possano avere qualità medicinali, grazie ai polisaccaridi che contengono e ad altri composti. In particolare i funghi shiitake e maitake, che in Cina e in Giappone sono un ingrediente tipico di zuppe e minestre, favorirebbero le difese immunitarie.

Pare che anche i comuni champignon abbiano virtù terapeutiche: oltre a rinforzare la risposta immunitaria (secondo gli studi dell’HNRCA Nutritional Immunology Laboratory di Boston), potrebbero inibire l’attività degli enzimi implicati nel cancro della mammella e della prostata.

I funghi champignon, i più utilizzati nella cucina quotidiana, derivano da quello prataiolo (che vive soprattutto nei prati e nelle radure dei boschi) il nome scientifico è Agaricus Bisporus ed è la tipologia di fungo più coltivato.
Appaiono duri al tatto e bianchi, mentre una volta aperti il colore tende al rosa chiaro; solitamente durante la cottura lo champignon tende a scurire il proprio colore e a perdere leggermente il proprio sapore per il quale è consentita una vasta gamma di preparazioni, soprattutto per le salse. Si possono trovare sul mercato in varie dimensioni, dalle piccole alle medio-grandi, riscuotono grande successo per le loro proprietà nutrizionali: oltre a carboidrati e proteine sono apprezzabili per il loro apporto di fibre vegetali, sali minerali (ferro, rame, manganese, fosforo) e vitamine.

In questa specie di fungo dunque vi sono poche calorie e pochi grassi e se sono presenti sono di tipo polinsaturo pertanto importanti per l’aroma e per la nutrizione; rappresentano un’ottima base per la cucina vegetariana, soprattutto se combinati con spezie ed erbe aromatiche, latticini e frutta.

Tra i Paesi europei l’Italia ha fatto dei grossi passi avanti nella produzione di questa specie di fungo e al fine di incrementarne la vendita e il consumo vengono organizzate annualmente sagre e manifestazioni in varie località italiane.

per la preparazione la stesso metodo che trovate qui: QUI . Questi funghi andranno bene nelle insalate di riso o sulla pizza….


Zuppa fredda alle prugne con budino all’uva sultanina

Camilla Assandri del blog La cascata dei sapori è l’Ambasciatrice di questa giornata nazionale della prugna per il Calendario del cibo italiando di AIFB a cui ho voluto contribuire con questa ricetta.

Desiderosa di farla da tanto tempo, come al solito questo calendario mi spinge là dove la pigrizia e la mancanza di tempo a volte remano contro. Devo dire che ho passato le mie ferie a casa e quindi sicuramente in questo periodo ho più tempo da dedicare a questa attività, solo unicamente per piacere.

Rimando al post sul sito AIFB il racconto sul prodotto e qui resta il procedimento della ricetta per il mio contributo.

Snocciolate le prugne e cuocetele con l’aggiunta di zucchero, vino bianco, vaniglia e cannella a fuoco mite fino a che le prugne non sono disfatte. Passate il tutto e filtratelo. Lasciate raffreddare.
Per il budino fate ammorbidire l’uva sultanina in un bicchiere di maraschino, Intanto montate il burro con la metà dello zucchero e unirvi i tuorli uno ad uno. Montate a neve gli albumi con l’altra metà dello zucchero. Unite all’impasto dei tuorli l’uva sultanina ammorbidita con il suo liquido, le mandorle tritate, i biscotti sbriciolati e gli albumi montati.

Imburrate e cospargete di zucchero le formine e cuocetele a bagno maria in forno a 180° per 25 minuti circa.
Versate la zuppa nei piatti e servitela fredda insieme al budino.

Ingredienti:

perl la zuppetta
500 g di prugne mature
6 dl di vino bianco secco
un cucchiaino di polvere di cannella
una stecca di vaniglia
150 g di zucchero

per il buduno
50 g di uva sultanina
5 cl di maraschino
85 g di burro
90 g di zucchero
3 uova
15 gr di mandorle tritate
130 g di biscotti (frollini) sbriciolati
burro per ungere le formine


Il lonzino

Estate, piatti veloci piacevolmente senza cottura, senza il caldo dei fornelli. Cosa c’è di meglio di un affettato di cui sai provenienza e lavorazione. Uno di quei prodotti come piacciono a me HomeMade.
Un piatto recuperato per la Gionata Nazionale della carne salada per il calendario AIFB. Oggi l’ambasciatrice è Manuela Valentini del blog Profumi e Colori.

Il piatto va programmato perchè ci vuole una settimana circa di preparazione, ma è molto semplice nella sua esecuzione.

Togliere i residui di grasso dalla carne, lonza o filetto di maiale. Mescolare il sale e lo zucchero. In una ciotola che possa contenere la carne distesa mettete uno strato di zucchero e sale. Mettete la carne e ricopritela con il restante mix, lasciare in frigorifero per 2 giorni.
Passati i due giorni, toglierla dal composto che avrà prodotto del liquido. Lavatela velocemente, asciugatrla  e massaggiatela con il misto di aromi e poi ricopritene tutta la superficie. Avvolgetela con della carta assorbente e lasciatela ad asciugare ed aromatizzare in frigorifero per una settimana, prima di tagliarla.

Con questa carne ne ho imbottito dei panini, anche questi ovviamente HomeMade.

Dopo aver rinfrescato la mia pasta madre ne ho tolto un pezzo per le prossime volte e ho aggiunto a quella rimasta lo stesso peso in farina 0 e altrettanto di farina integrale.

Ho fatto la fontana delle due farine e al centro ho messo la pasta madre. In una ciotola ho pesato il latte in cui ho messo lo zucchero integrale. Quando si è sciolto ho iniziato ad impastare. il latte pesato non era sufficiente e ne ho aggiunto dell’altro, poco alla volta fino a quando l’impasto mi sembrava ne avesse bisogno. In ultimo il sale sciolto nell’ultimo cucchiaio di latte.

Ho impastato per una decina di minuti. Poi ho porzionato l’impasto in pezzi da circa 50 gr, l’uno. Non proprio tutti uguali, ma abbastanza vicini e ne sono venuti 29.

Ogni pezzo l’ho steso, l’ho arrotolato da un lato in modo da ottenere un filoncino, l’ho schiacciato in modo da ottenere una lunga striscia che ho arrotolato ancora dal lato corto. Sistemati  i panini sulla carta forno  messa nella teglia, li ho spennellati di latte in modo che la superficie non si seccasse.

Li ho lasciati lievitare, coperti a cupola, per circa 5 ore. La temperatura in cucina superava i 30 gradi.

Prima di metterli in forno li  ho nuovamente spennellati con il latte. Sono stati cotti in forno, dove ho inserito un tegamino con dell’acqua, a 180° per 30 minuti.

Questi panini li ho farciti con una foglia di insalata, una fettina di limone e un paio di fette di lonzino.

panini panino-al-lonzino pomodori-pane-e-lonzino

Ingredienti per il lonzino

1,2 kg lonza di maiale
500g sale fino
700g zucchero semolato
misto di aromi secchi

Ingredienti per 30 panini da 50 gr. l’uno

300 gr.di pasta madre, rinfrescata il giorno prima
350 gr. farina 0
350 gr. di farina integrale
50 gr. di zucchero integrale
450 gr. di latte
sale


Turta de vacch

In montagna si sta al fresco spesso anche d’estate, l’aria è pulita, il panorama splendido. Ecco una proposta che proviene dalle parti di Macugnaga e dalle genti Walser. Una comunità giunta in Alta Valle Anzasca, proveniente dalla Svizzera, dall’altra parte del Monte Rosa e adatta alla settimana della cucina di montagna , per il calendario AIFB, la cui ambasciatrice è Cinzia Donadoni del blog Essenza in cucina
Walser deriva da Walliser, ossia vallesi. E’ una popolazione di lingua tedesca e di ceppo Alemanno, la cui presenza a Macugnaga risale alla seconda metà del 1200.
Gotofredo di Biandrate, sposo di Aldisia di Castello ricevette all’atto del matrimonio i diritti signorili che i castelli avevano in Valle Anzasca. Per iniziativa del conte Gotofredo, che voleva sviluppare la zona, i primi Walser approdarono a Macugnaga.

Le condizioni erano durissime: un inverno molto lungo e una breve primavera. La comunità crebbe in maniera molto autarchica fino alla costruzione delle strade. L’amministrazione del paese condotta da un consiglio composto da tutti i capofamiglia, si riuniva sotto un tiglio ancora esistente. Ogni nucleo familiare disponeva di una casa di un fienile e stalla, di un granaio, di un pezzo di terra per coltivare.
La casa era costruita in pietra e legno. In pietra la parte inferiore che fungeva anche da cantina e la parte superiore in legno, dove abitavano.

La cucina era fatta di prodotti poveri, conservati spesso affumicati e attenti ad adoperare tutto, diremmo oggi senza sprechi.
Ad esempio dal latte veniva ricavata la panna, il burro, il formaggio e la ricotta. Il siero che rimaneva veniva dato ai maiali.
Questa proposta arriva da qui, una torta salata fatta, allora con il colostro della mucca, ossia il siero che precede il latte, oggi sostituito con panna e latte.

Imburrate una teglia con 10 g di burro. Scaldate il latte e la panna insieme al burro, noce moscata, sale e pepe. Portate ad ebollizione panna e latte, quindi versate la farina a pioggia mescolando velocemente. Versate il composto nella teglia. Fate cuocere in forno 180° per circa un’ora. Servitela tiepida, cosparsa di fiori di camomilla.

Ingredienti per una teglia da 24 cm.

1/2 lt di latte
1/2 lt di panna
50 g di burro
200 g di farina gialla fine
noce moscata
sale e pepe
20 g fiori di camomilla


Tonno piccante sott’olio

Le conserve mi piacciono, odio gli sprechi. Quando la natura ti offre i suoi doni e puoi utilizzarli tutti o li regali o li conservi per le altre stagioni più povere di prodotti. E adoro l’autoproduzione. Mi cimento dal formaggio, al pane. Lo yogurt, ketchup e così via. E ovviamente la salsa di pomodoro. Ma le conserve di pesce e di carne sono le più ostiche. Ci ho girato intorno senza arrivare al dunque.
Così ho provato con il tonno sott’olio.
Forse è l’unica, sicuramente la scatoletta più utilizzata a casa mia. Ho due figli, oramai grandi e il tonno in scatoletta è sempre stato un risolutore di fame improvvisa, nella pasta, nell’insalata, coi pomodori….Ma essendo conservato e in scatoletta, non credo sia il massimo della freschezza e della qualità. Sicuramente ci saranno tonni e tonni, scatolette e scatolette, ma è l’idea che mi insospettisce.

Alla fine ci ho provato. L’occasione “galeotta”, come spesso accade per farmi superare pigrizie è il Calendario del cibo italiano di AIFB e la Giornata Nazionale del tonno sott’olio di cui oggi l’Ambasciatrice è Nicol Pini del Blog Col Cavolo.

Prepararlo è stato meno impegnativo del previsto, ma i risultati li sapremo fra tre mesi circa, quando la conserva sarà pronta.

Tagliate il tonno, possibilmente ventresca, in pezzi che possano stare nei vasi scelti. Mettetelo in acqua fredda e corrente perchè si depuri, per circa mezza giornata, trascorsa toglietela e asciugatela.
Collocare i pezzi di tonno in una padella di acciaio o coccio. Versate sopra l’aceto e il succo di limone, portate sul fuoco e lasciate cuocere circa 10 minuti rigirando i pezzi con precauzione ed intanto salare con sale grosso pestato.
Lasciate che il tonno si raffreddi.
Collocate i pezzi ben stretti nei vasi unendo alcuni grani di pepe e foglie di alloro.
Ricoprire con l’olio fino a sommergere il tonno. Chiudete ermeticamente i vasi e fateli sterilizzare per un’ora oppure tindalizzare facendoli bollire 20 minuti a volta, per tre volte.

Ingredienti
1 barattolo da 1 lt

2 kg di tonno (meglio ventresca)
250 ml di aceto bianco
1 limone
10 g di pepe
4 foglie di alloro
Olio di oliva extravergine
Sale


Pesche al forno ripiene

Era tanto che volevo provare a farle, ma poi sfuggivano sempre le pesche, perchè mangiate prima di fare in tempo a farle o perchè finita la stagione. Un classico della cucina piemontese.
Questa volta però ne ho sentito parlare così tanto in questo periodo per via del Calendario della cucina italiana di AIFB che non ho voluto saltare anche quest’anno. L’occasione non poteva essere migliore per via della Giornata Nazionale delle pesche all’amaretto la cui ambasciatrice è Ottavia Belli del blog Chicco di Riso . Piemontese, per cui gioca in casa e vi racconterà tutto sulla storia di questo piatto nel post dedicato alla Giornata Nazionale.

Per un piatto così ovvio che ci vogliono delle signore pesche. Io me le procuro a Km0 da un produttore locale lomellino. Appena colte dall’albero, maturazione sulla pianta e non in frigorifero. Succose, tenere, saporite. Una meraviglia.

E’ un classico quindi poco creatività ma esecuzione guardando la ricetta. Ne ho due: una è quella scritta sul “Cucchiaio d’Argento”, la mia Bibbia sulle ricette classiche. E’ un’edizione di 30 anni fa circa, tutta rovinata per via dell’uso, ma utilissima; l’altra ricetta è presa da l’Enciclopedia di Vissani. Le due ricette non differiscono di molto se non nell’uso del vino. Invece del Maraschino, Vissani usa il Moscato.
Questa è la mia versione, sbirciando un po’ qua e un po’ là.

Lavate asciugate e dividere le pesche a metà, togliete il nocciolo e con uno scavino togliete anche un po’ di polpa che terrete a parte.
Tritate le mandorle pelate con gli amaretti e poi aggiungete la polpa di pesca. Unite lo zucchero, il cacao amaro e un cucchiaio di maraschino.
Prendete una pirofila imburrata e posizionateci le mezze pesche. Riempite le cavità con il composto, spolverizzare con dello zucchero e un trito di amaretti.
Mettete la pirofila in forno preriscaldato s 200° per 40 minuti.
Sfornatele e servite.

Ingredienti

4 pesche
40 g di amaretti
40 g di zucchero
1 cucchiaino di cacao amaro in polvere
Qualche mandorla pelata
1 cucchiaio di maraschino
burro per la pirofila


Sgombro al cartoccio

In effetti non è solo uno sgombro, ma anche un cefalo ad essere finiti nel cartoccio, assieme a delle melanzane rosse di Rotonda. Il cartoccio, utilizzando la carta forno o quella di alluminio è una preparazione semplice e veloce che faccio spesso, perchè una volta messo in forno devi controllare solo i tempi di cottura. Il cibo resta morbido perchè conserva la sua umidità e gustoso perchè conserva tutti i sapori e i profumi. In modo particolare per il pesce.
Mi sembra quindi indicato per celebrare la Giornata Nazionale del pesce al cartoccio, del Calendario del cibo italiano AIFB e così contribuire al post della sua ambasciatrice Antonella Vergani.

Dopo aver eviscerato, lavato i pesci li ho sistemati all’interno della carta forno. A parte ho lavato, asciugate, tagliate a pezzi le Melanzane rosse di Rotonda e aggiunte ai pesci nel cartoccio. Ho lavato, asciugato e tagliato a pezzi anche alcuni pomodorini di Pachino e aggiunti al cartoccio. Condito con un giro di olio extravergine di oliva e sale. Per finire ho aggiunto dei pomodorini secchi e del peperone crusco tritato. Chiuso il cartoccio e messo in forno a 180° per circa 20 minuti.
Il peperone crusco di Senise è una identità culturale e gastronomica per la Basilicata. In Basilicata, nel territorio di Senise, il peperone dolce viene coltivato e trasformato in peperone crusco, cioè croccante. Anche la Melanzana Rossa è un prodotto della Basilicata, e non ha nulla a che vedere con la Melanzana solitamente viola. Questa è piccola rotonda, di colore rosso. Assomiglia ad un pomodoro, ma il suo sapore e la sua dolcezza sono indescrivibili.

Ingredienti

1 cefalo
1 sgombro
1/2 kilo di Melanzane rosse di Rotonda
6 pomodori di Pachino IGP
4 pomodorini secchi
1 peperone crusco
sale
olio extra vergine di oliva


Patate alla brace

Oggi inizia Agosto, siamo nel pieno dell’estate, ma per me le patate alla brace sono sempre state un piatto invernale. Lo so che è l’estate la stagione delle griglie e quindi della brace, ma già pensare al caldo torrido dell’esttate e delle ultimi estate, anche di sera.
Mi vien caldo solo a pensarci. E’ vero che è un lavoro da uomini, che li fa sentire molto “maci”, ma a me viene caldo subito e soffro. E avrei preferito scrivere questo post in inverno, che mi avrebbe anche scaldato il cuore, ma inizia oggi la settimana settimana della brace per il calendario di AIFB Calendario del cibo italiano con ambasciatore Gianni Senaldi, quindi soffrirò di caldo aggiuntivo e scriverà il post.

Il piatto per me è invernale perché avendo un camino, avevo la possibilità e d’inverno era spesso acceso e la brace sempre a disposizione, sia per la cottura di carni sia per la cottura delle patate, anche da sole.


Le patate ben avvolte nella carta di alluminio le posizionavo tra la brace del camino, tra le ceneri, un po’ lontano dai tizzoni ardenti che rischiavano di bruciarle. Mentre la carne si cuoceva o mentre si faceva le chiacchiere preliminari al pasto loro si cuocevano, Una controllato ogni tanto, specie per le più piccole, una girata nella cenere e si aspettava.

Poi quando erano cotte, controllate da un’infilata di uno spiedino o stecchino nella patata, si tagliavano a metà. Sopra un po’ di sale e una noce di burro o un giro d’olio di quello extravergine di oliva o due fettine di formaggio: fontina, toma o gruviera. E che bontà.
I bambini la scavavano con il cucchiaino e gli adulti con un buon bicchiere di vino rosso.

Un altro post di ricordi per il Calendario del Cibo italiano, come quello degli arrosticini. Perché il mangiare buono, semplice in compagnia è il meglio che ci sia, Qui non c’è una gran ricetta: la patata deve essere buona, coltivata nell’orto meglio. Lo spazio, il camino, la compagnia fanno da condimento.

Certi piatti in città, in un condominio, con quello del piano di sopra che definisce “puzza” il profumo della griglia e che con i panni stesi non si può fare, anche se avessi lo spazio. Bisogna puntare su altri piatti.

Ingredienti:

Patate
sale
burro o olio
fettine di fontina o gruviera


Nasello, ceci e quenelle di patate

Anche questa ricetta è dedicata al contest a sostegno della Dieta mediterranea promosso da AIFB e da L’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli.
In questa ricetta ho inserito i ceci, che è un legume che mi piace molto. Sono ricchi di carboidrati e di proteine.
I ceci sono molto ricchi di fibre e aiutano quindi a regolarizzare l’intestino. Grazie al loro contenuto di acidi grassi omega 3 sono validi alleati del sistema cardiovascolare; contribuiscono, infatti, a controllare la pressione arteriosa e ad aumentare i valori del colesterolo, quello cosiddetto buono, riducendo i livelli di quello cattivo. Agiscono anche sui rischi legati all’insorgenza di eventi cardiovascolari quali ictus e infarto. I ceci contengono, inoltre, molti sali minerali, tra cui soprattutto magnesio, calcio, fosforo e potassio e una buona quota di vitamine C e vitamine del gruppo B.

I ceci non contengono glutine e sono quindi indicati anche per chi soffre di celiachia.

In una pentola mettete la cipolla tagliata a picchi, l’aglio schiacciato, le olive nere senza nocciolo, i pomodorini con mezzo litro di acqua. Aggiungete timo e rosmarino. Metteteci il nasello. Lasciate cuocere per una ventina di minuti.
Togliete il nasello e lasciate continuare a bollire al minimo, le verdure con il coperchio per un’altra ventina di minuti.
Passate al mixer tutti gli ingredienti e poi al setaccio il brodo in modo che resti limpido. Rimettetelo sul fuoco e aggiungete i ceci precedentemente lessati e lasciate cuocere per una decina di minuti. Assaggiate e aggiustate di sale.
A parte mettete a lessare in acqua fredda 2 patate. A lessatura ultimata, che misurerete infilando uno stuzzicadenti nella patata, passatela allo schiacciapatate. Amalgamate bene la purea aggiungendo qualche goccia di olio extravergine di oliva, sale e un cucchiaino di yogurt naturale, intero. Con la purea di patate preparate delle quenelle.

Nel piatto mettete il brodo con i ceci, un pezzo di nasello una quenelle di patate e timo fresco. Qualche goccia di olio extravergine.

Per i ceci, se avete quelli secchi, vanno lasciati in ammollo una notte con un cucchiaino di bicarbonato. Al mattino lavati e messi a cuocere in acqua bollente per due ore circa, in cui avete aggiunto una gamba di sedano una carota e una cipolla.

Ingredienti per due

300 g di nasello in filetto
100 g di pomodorini
100 g di ceci lessati
mezza cipolla
1 spicchio di aglio
30 g di olive nere denocciolate
timo
rosmarino
olio extravergine di oliva
sale


Gelato alla banana

La prima Conferenza Mondiale sulla Dieta Mediterranea si è svolta dal 6 all’8 luglio presso Palazzo Lombardia a Milano per delineare il futuro della Dieta Mediterranea: uno stile di vita eccellente dal punto di vista della salute dell’uomo e dell’ambiente, ma dal quale le popolazioni – comprese quelle del Mediterraneo – si stanno progressivamente discostando.

La Call for Action intende valorizzare la Dieta Mediterranea come stile di vita che vada oltre la nutrizione, coinvolgendo gli aspetti di sostenibilità ambientale e il suo valore socio-culturale ed economico,
arginando il potenziale pericolo di abbandono di questo patrimonio comune. L’appello, lanciato da IFMeD – International Foundation of the Mediterranean Diet – mira al riconoscimento della Dieta
Mediterranea come un elemento decisivo per la sostenibilità del Food System nei Paesi Mediterranei e lo fa attraverso un’azione comune e condivisa, secondo le linee guida dell’Agenda delle Nazioni Unite
per lo sviluppo sostenibile per il 2030.

“Fino a oggi si è guardato alla dieta mediterranea come a un regime alimentare salubre. Ma è molto di più” afferma l’esperto della FAO Sandro Dernini, autore del rapporto “Mediterranean food consumption patterns” presentato da Fao e Ciheam all’Expo di Milano. Nel rapporto si definisce un nuovo sistema chiamato Med Diet 4.0. ovvero un modello che analizza le quattro dimensioni della dieta mediterranea: ambiente, economia, cultura e salute. “La cosa difficile- continua Dernini – è far passare il concetto della sostenibilità, ovvero un sistema in cui i consumi influenzino una produzione sostenibile e legata al territorio”.

Aver aggiunto quindi una dimensione alla piramide alimentare della dieta mediterranea sottolinea questi aspetti.

Vorrei contribuire all’importanza alla divulgazione della dieta mediterranea, partecipando a questo contest promosso da AIFB e da L’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli con una ricetta dedicata ai bambini, il nostro futuro. Credo che anche i grandi possano goderne ma a loro in particolar modo la dedico.
In questa torrida estate fa bene cercare qualche refrigerio. E un “gelato” è l’ideale.

Prendete una banana, dopo averla sbucciata mettetela a pezzi nel mixer, aggiungete mezza mela sbucciata e fatta a pezzi, qualche goccia di limone, un cucchiaio di yogurt naturale intero, e aggiungete un cucchiaio di miele all’arancio. Mixate il tutto fino ad ottenere un composto omogeneo. Riempite dei contenitori per gelati/ghiaccioli e lasciate raffreddare in frigo per una notte. Per consumarli, lasciate scaldare fra le mani il contenitore ed estraete il gelato.

Rinfrescante ed ideale per una merenda estiva.



Ingredienti per 6 gelatini

Una banana
1/2 mela
qualche goccia di limone
1 cucchiaio di yogurt
1 cucchiaino di miele all’arancio


La Cernia di Plinio al sale

La morte sua è stata una cena per circa 25 persone, ed è stata accompagnata dopo un Brindisi di benvenuto da
- Ravioli di zucca Bertagnina deco al sugo di noci di Sorrento
- Zola cinque stelle al miele di castagno
- Tricolore di frutta al maraschino
- Dolce

Il Plinio, giovane amico Lomellino, l’aveva pescata e conservata giusto per mangiarla in compagnia vista la sua grandezza. E così gli abbiamo fatto onore. A lei, la Cernia, a lui, il pescatore e oggi ancora inserendola tra le ricette che celebrano la Giornata Nazionale del pesce al sale e l’Ambasciatrice Sabrina Gasparri del blog Lesmadeleinesdiproust ce ne parla più che ampiamente.

Aggiungo che la Cernia vive comunemente nel Mar Mediterraneo ad una profondità variabile tra i 10 e i 50 metri (spingendosi fino ai 200, spesso vicino a fondali rocciosi e ricchi di grotte e fenditure. Gli esemplari più giovani vivono in prossimità della costa. Forse è per questo che si fanno beccare.

La nostra cernia pesava circa 5 kg. E’ stata eviscerata e pulita dalle sue interiora ma lasciate tutte le squame e la pelle intera che è l’unica difesa tra il sale che la ricoprirà e la carne del pesce. Riempita la sua pancia di prezzemolo, timo, limone, aglio.
Abbiamo usato delle chiare montate a neve mescolate insieme al sale grosso, per l’impasto. Fatto un primo strato su cui è stata adagiato il pesce e poi ricoperto dalla coda alla testa, compattando bene il sale intorno al pesce.
Infornata in forno già caldo a 180°-200°. Per la cottura tenete conto che serviranno circa 30-35 minuti per ogni chilogrammo di pesce. Quindi ci sono volute un paio di ore.
Una volta cotto sfornata subito, ma lasciato riposare 5-10 minuti, quindi abbiamo iniziato a rompere la crosta di sale, eliminata la pelle e servito il pesce.

Ingredienti:

5 kg di Cernia
10 Kili circa di sale grosso
6 albumi
erbe aromatiche
aglio
limone


Terrina di Melanzane

Settima delle Melanzane per il calendario di AIFB, la cui ambasciatrice è Marina del blog MademoiselleMarina

Da quando ho deciso di fare l’orto, perché avevo a disposizione un pezzo di terra per poterlo fare, le melanzane sono sempre state uno dei prodotti coltivati.
Bellissimi fiori di un rosa acceso, e bellissimi prodotti viola con sfumature di un blu intenso. E’ sempre stata una pianta resistente e nell’orto, in cui non ho mai usato nessun tipo di antiparassitari, ha resistito sempre molto bene.
Fa parte della famiglia degli ortaggi da frutto, con un patrimonio vitaminico e in sali minerali, modesto. La melanzana è il frutto della Solanum Melongena.

Versateli, da fare in mille modi, da sole, con la pasta, come piatto unico o come contorno si prestano a cento preparazioni. Si mangiano subito o si conservano sott’olio per rilasciare i sapori dell’estate durante l’inverno.

Vi propongo questa ricetta, che richiede un po’ di manualità nel confezionare il rivestimento esterno della terrina, ma se ne può fare anche a meno.

Prendete le melanzane, lavatele, asciugatele. Cuocetele in forno a 200 gradi per circa 20 minuti, fino a che infilando uno stuzzicadenti non lo sentite entrare dolcemente, senza alcuna resistenza e la melanzana asciugandosi dall’acqua si è raggrinzita.
Tagliate a metà la melanzana e con un cucchiaio recuperate la polpa senza danneggiare la buccia, che servirà.
Frullate la polpa della melanzana con uno spicchio di aglio, e il timo. Aggiungete un po’ di noce moscata.
Unite la panna, le uova sbattute e un poco di sale.
Tagliate la buccia delle melanzane a strisce di circa due cm.di altezza. Con le strisce, alternandone una rivolta verso l’alto e una verso il basso cercate di comporre un tessuto (trama e ordito) con cui fodererete lo stampo.
Versateci il composto di melanzane e cuocete in forno a bagnomaria a 280° per 40 minuti.

Ingredienti per 6

6 melanzane di media grandezza
30 cl di panna da cucina
4 uova
timo fresco
1 spicchio di aglio
1 grattata di noce moscata
sale


Tortiera di patate e sarde

Eccola qui una, anzi due belle teglie di patate, pomodori e sarde, oppure acciughe. L’importante è che sia pesce azzurro, così festeggiamo la Settimana del pesce azzurro, del Calendario del cibo italiano di AIFB.
Se andate a leggere il post su AIFB per la settimana del pesce azzurro l’Ambasciatrice Cristina Gallitti del blog Poverimabelliebuoni, vi racconterà tutto sul pesce azzurro.
Io lo adoro in tutte le sue ricette e nei diversi tipi di pesce in quanto la denominazione di “pesce azzurro” non si riferisce ad un gruppo scientificamente definito di specie ittiche, ma è utilizzata commercialmente per indicare alcune varietà di pesci, generalmente di piccola pezzatura, di varia forma e sfumature di colorazione, il cui costo è generalmente ridotto per la grande quantità di pescato. Alici o acciughe e sarde sono quelle che essendo più facili da reperire sono anche quelle che sfrutto di più, senza dimenticare lo sgombro. Per gli altri ci devo lavorare su.

Questa ricetta io l’ho preparata sia con sarde che con acciughe, dipende da quello che trovo dal pescivendolo, ma penso le proverò anche con lo sgombro. Potendo scegliere le preferite sono le acciughe di Monterosso.
Avendo vissuto alcuni anni a La Spezia ho avuto modo di conoscerle e di apprezzarne il gusto e il sapore, dato dal mare delle Cinque Terre.

Per la ricetta mettete a cuocere delle patate e levatele non a cottura ultimata ma quando sono ancora un poco dure. Finiranno di cuocere nel forno.
Nel frattempo lavate, pulite togliendo testa e lisca al pesce e apritelo a libro. Tagliate i pomodori a pezzettini. Pulite e tritate del prezzemolo, insieme all’aglio. Grattate del pane secco.

Una volta preparate tutte le basi, mescolate il pomodoro insieme a prezzemolo e aglio, e al pangrattato. Acciungete il sale e olio extravergine di oliva.
A questo punto le patate saranno pronte per essere tolte dal fuoco, pelate e tagliate a fette possibilmente dello stesso spessore.

Prendete una teglia, cospargete un poco di olio e mettete uno strato di pesce, salate, poi uno strato di impasto con i pomodori, poi uno strato di patate e ripetete l’operazione. Sul secondo strato di patate mettete un poco di impasto con i pomodori.

Infornate a forno già caldo per circa un quarto d’ora/20 minuti a 180 gradi. Dipende anche da quanti strati avete fatto.

Ingredienti:

1 kg di pesce azzurro (acciughe, sarde, sgombri)
1 kg di patate
1 kg di pomodorini
un mazzo di prezzemolo
2 spicchi di aglio
200 g di pane secco grattato
olio
sale


Pomodori di Pachino IGP caramellati per un FlashMob

Più o meno 10 anni fa, con un gruppo di amici, tutti genitori di figli la cui età variava tra i 10 e i 16 anni, ho fatto una vacanza in Sicilia. Non c’ero mai stata e dopo l’impatto iniziale non proprio piacevole, ho scoperto una terra meravigliosa con i segni di un’ opulenza passata. Di una natura meravigliosa, calda e avvolgente. Luoghi e paesi in cui si sente il passaggio della storia. Non solo la bellezza del mare ma anche un interno generoso, importante.

Una delle mete dei giri intorno alla base stanziale di Pozzallo è stata Pachino. Furono i fratelli Gaetano e Vincenzo Starrabba che, nel 1758, chiesero a Carlo III di Borbone e, successivamente, nel 1760, a Ferdinando IV delle Due Sicilie l’autorizzazione a fondare una città (licentia populandi). Il decreto che fu emesso a Napoli, in data 21 luglio 1760, e fu reso esecutivo in data 1º dicembre 1760. Piccolo paese, oggi di poco più di 22.000 abitanti, in provincia di Siracusa, è la città che ospita la coltivazione IGP del pomodoro ciliegino detto, appunto, Pachino.

Eccomi qui a rivivere e a ripensare alle vacanze estive, allo splendido mare, ai figli piccoli grazie a questo FLASHMOB a cui partecipo con piacere.


Lavate i pomodorini, inciderli a croce sul fondo. Lasciarli qualche minuto in acqua bollente, poi scolateli e sbucciateli delicatamente.

Sistemate i pomodorini in pirottini o in vetro. In una casseruola lasciate sciogliere un paio di cucchiai di miele d’arancio in cui lasciate cadere i semi di un bacello di vaniglia. Una volta che si è sciolto e caramellato suddividere il miele nei pirottini, versandolo sui pomodorini.
Infornate a 120° e cuocete per 90 minuti. Servite i pomodorini con gelato alla vaniglia e biscotti.

Con questa ricetta partecipo al FlashMob organizzato da AIFB e dal Consorzio dei Pomodori di Pachino IGP per la settimana del pomodoro inserita nel Calendario del cibo italiano


Pane e pomodoro

Oggi è la giornata Nazionale del pane e pomodoro la cui Ambasciatrice è Cecilia Mazzei e Il pane e pomodoro della foto (orribile) non è mio ma di Niko Romito.
Per quanto mi riguarda era ed è la mia merenda preferita. D’estate spesso tornando a casa dal mare, la merenda era un pomodoro intiepidito dal sole, con un pò di sale, ma anche senza. Un pezzo di pane di accompagnamento.
Oppure fette di pane rigorosamente toscano, inumidito dall’acqua e da un giro di olio extravergine di oliva, anche quello toscano.

Per quanto riguarda quello di Niko Romito è stato presentato ed ha aperto la quarta edizione, organizzata dal Corriere della Sera, dell’evento CIBO A REGOLA D’ARTE: tenutosi a marzo presso UNICREDIT PAVILION, a MILANO dal titolo “GOOD FOOD”. Una non stop di tre giorni con chef, autori, artisti, giornalisti per parlare di alimentazione sana.
Tantissimi gli chef presenti: per citarne solo alcuni oltre a Niko Romito erano presenti Antonino Cannavacciuolo, Iginio Massari, Gualtiero Marchesi, Davide Oldani, Paolo Parisi e altri.


Forte il rapporto tra il cuoco e il pane, passione coltivata sin da bambino. Nel suo ristorante ha forno e camera di lievitazione. Al pane viene data importanza, come se fosse una portata: acqua, farina non raffinata, preferibili quelle antiche, lievito madre e sale, cotto in circa trentacinque minuti a 170 gradi.
Su questo pane meraviglioso, di cui abbiamo visto un video, dove in pochi minuti la pagnotta lievitava, trasformandosi da piccolo panetto di pasta in questo meraviglioso pane, è stata spalmata una “crema” di pomodoro saporita, profumata di limone.
Come dare torto a Niko Romito che sostiene: “Questo è un cibo semplice, dovremmo tornare a venerarlo come una volta”.


Ciotoline di latte al caramello

Oggi è la giornataMondiale del latte, importante ma anche discusso prodotto della nostra alimentazione. Dopo aver scritto il post per il Calendario del Cibo Italiano, di AIFB come Ambasciatrice, contribuisco con una ricetta semplice a base di latte. Un piccolo dolce che va bene per merenda o dopo cena.


Fate il caramello con lo zucchero e l’acqua. Fate raffreddare leggermente prima di versarlo sul fondo di 6 ciotoline.
Mettete la panna, il latte e la stecca di vaniglia in una casseruola e portate ad ebollizione. Mettete in una ciotola i tuorli con lo zucchero e montateli. Quando il composto diventa chiaro e raddoppia di volume versate il latte e la panna suoi tuorli. Mescolate bene. Riempite a metà le ciotoline con il preparato e mettetele a cuocere al vapore coperte. Fate raffreddare completamente prima di servire

500 ml di latte intero fresco
300 ml di panna fresca da montare
1 stecca di vaniglia
60 g di zucchero
4 tuorli

Per il caramello
150 g di zucchero
2 cucchiai di acqua


Cucina Italiana: fritto misto alla piemontese

foto tratta da http://www.dissapore.com

Certo non si può dire che sia un piatto dietetico o moderno, ma se parliamo della Settimana del Fritto e della Giornata Nazionale del Fritto Misto del Calendario della Cucina Italiana non si può non parlare di quello Piemontese.

Questo è un piatto della tradizione piemontese che affianca la carne o le cervella ai sapori dolci come il semolino o gli amaretti.
Il piatto nasce dall’idea contadina che del maiale non si butta via niente. Il fritto misto Piemonte nasce composto da tutte le parti di scarto, o meno nobili dell’animale, quando veniva macellato e queste parti dovevano essere consumate in fretta.

Il momento della macellazione nella campagna contadina era sempre un giorno di festa, se pur triste per l’evento della morte dell’animale, maiale, vitello o agnello, intorno al quale si raccoglieva tutta la famiglia e tutti erano coinvolti, uomini e donne, con ruoli diversi. Ovviamente alle donne il ruolo di cucinare.

Il piatto è lungo da preparare perchè ogni frattaglia va preparata e cotta separatamente ed è anche molto sostanzioso. Tradizionalmente il Fritto misto era servito come antipasto e conteneva le animelle, i rognoni, i filoni, la cervella, il fegato e i testicoli che venivano impanati nell’uovo e pan grattato e fritti in olio. Venivano poi serviti con i sanguinacci nel giorno festivo successivo alla macellazione.
La ricetta tradizionale vorrebbe il fritto misto costituito dai soli avanzi di macellazione del vitello per la parte “salata” e da qualche pezzo di dolce e frutta, il tutto accompagnato dalle carote saltate in padella, per un antipasto ricco e completo.

Negli anni però la composizione del fritto misto è stata notevolmente aumentata, oggi infatti il fritto misto alla piemontese può arrivare anche ad essere composto da una trentina di pezzi tra carni diverse, pesci di acqua dolce, frutta, verdura e dolce, trasformandosi così in un piatto unico.

Ingredienti:

1 animella di vitello
2 etti di filoni
mezza cervella
4 fettine di fegato
4 fettine di vitello
4 amaretti
mele a fette
banane a fette
4 uova
farina bianca
pane grattugiato
olio extravergine di oliva

Per il semolino:
2 etti di zucchero
125 g di semola
1/2 litro di latte
1 scorza di limone

Preparazione:

Semolino
Portate ad ebollizione il latte con lo zucchero e la scorza di limone grattugiata e aggiungete a pioggia la semola amalgamandola con la frusta. Cuocete per cinque minuti, rovesciate in uno stampo e lasciate raffreddare per qualche ora. Tagliate il semolino freddo a losanghe.

Cervella e filoni

Le cervella devono essere lavate sotto l’acqua corrente fredda per qualche minuto per poi eliminare le vene più grosse e la pellicola superficiale. L’operazione è semplice se le cervella sono fresche, in caso contrario è meglio procedere dopo averle scottate. Dopo questa prima fase devono essere messe a bagno in acqua fredda acidulata con limone per un’ora. Portate a bollore dell’acqua salata e acidulata con del succo di limone, immergete le cervella ed il lacetto e sbollentate per un minuto. Scolare, asciugatele con carta assorbente da cucina, tagliatele a pezzi, infarinatele, passatele nell’uovo sbattuto leggermente salato e poi nel pane grattugiato.

Filone

Va lasciato a bagno per un’ora. Eliminate poi la pellicina, mettetelo in un pentolino, copritelo con acqua, salate, portate a bollore. Appena l’acqua inizia a bollire spegnete il fornello e trasferite il midollo in un piatto. Tamponatelo con carta assorbente da cucina, tagliatelo a pezzi, infarinate i pezzi, passateli nell’uovo sbattuto leggermente salato e poi nel pane grattugiato.

Infarinate gli amaretti, le mele e le banane.
Sbattete due uova, immergete i semolini, gli amaretti, le mele, le banane infarinati e passate il tutto nel pane grattugiato. Passate le carni nelle altre due uova sbattute e nel pane grattugiato.

Fate friggere tutti gli ingredienti impanati in una padella di ferro, con olio extravergine di oliva bollente, cambiandolo dopo ogni tipo di frittura: prima il dolce, poi il salato, curandovi di cambiare olio ogni volta.
Partite dagli amaretti e cuoceteli per pochissimi minuti .
Poi la frutta, mele e banane.
Poi la carne. Cominciate con il fegato e il vitello e completate con cervella e schienale.
Fate asciugare dall’olio e salate.


cibo e arte

L’associazione che mi viene più diretta per celebrare la Giornata Nazionale nel Calendario del cibo Italiano promosso da AIFB è con le nature morte, che attraverso la raffigurazione dei prodotti, li esaltano nella loro qualità e bellezza.

In particolare un pittore tra altri: Cristoforo Monari (Reggio Emilia 1667 – Pisa 1720)

Munari artisticamente si formò alla scuola emiliana, ma, verso la fine del secolo, si trasferì a Roma.

Abilissimo pittore di nature morte iniziò dipingendo strumenti musicali e le cosiddette «cucine rustiche» (utensili, selvaggina, salumi, punte di formaggio «grana»), poi nei suoi dipinti iniziarono ad apparire raffinate porcellane cinesi, che diventarono quasi una sua firma.

Fra il 1706 ed il 1715 fu a Firenze, dove dipinse anche trofei di guerra e trompe-l’œil. Si trasferì quindi a Pisa, occupandosi quasi esclusivamente di restauri.
Tutti questi dipinti presentano un repertorio di oggetti e una diligenza, compositiva ed esecutiva, che sarebbero divenuti il tratto stilistico caratteristico di tutta la sua produzione successiva.
A Roma ebbe contatti significativi e fondamentali con la cultura fiamminga della cerchia di Jan Davidsz de Heem e in particolare con Christian Berentz, conosciuto forse attraverso l’Imperiali. Lo stile lucido, finito e astratto di questi artisti nordici appare però personalizzato dall’artista, la cui pittura, asciutta, è caratterizzata da una patina più calda di realtà, un ordine più vero nella disposizione degli oggetti e una luce cristallina ancora seicentesca (Briganti, 1954).

In particolare volevo porre la vostra attenzione su un dipinto: Vasellame di terra cotta, zucca, verza, spalla di maiale, piatto con coltello.

Volevo riprendere i prodotti dipinti nelle sue opere con l’associazione a prodotti del mio territorio.
In particolare in questo quadro è inserita, tra gli altri prodotti la zucca, e nel nostro territorio abbiamo un eccellenza: la zucca bertagnina. Un particolare tipo di zucche della zona di Dorno, che si distingue per la qualità e la quantità di polpa utilizzabile. La denominazione “Bertagnina” è dovuta alle tipiche protuberanze sul fondo del corpo: il “bartò” o “bartòi” in dialetto locale indica il caratteristico copricapo dei contadini. Ignorata dalla grande produzione per via dell’eccessivo scarto, la zucca Bertagnina è sopravvissuta fino ai nostri giorni grazie ad alcuni agricoltori dornesi che hanno continuato a coltivarla nei propri terreni, ed è proprio per merito loro che si è riusciti a recuperare i semi dando vita ad un’importante operazione di rilancio. La Pro Loco di Dorno è impegnata in prima linea in questo progetto, tanto che nel 2004 ha dato vita alla “1ª Sagra della zucca Bertagnina”. Traguardo fondamentale nella rivalutazione della prestigiosa cucurbitacea è il conferimento del marchio De.C.O. nel 2008.
Attualmente è inserita tra i prodotti dell’arca del Gusto , progetto di SlowFood.

Ed ecco che allora prende vita questa ricetta
Zuppa di zucca, verza e prosciutto.

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La preparazione prevede di pulire la verza e tagliarla fine, facendola sbollentare in acqua fredda e poi salata al momento del bollore. Si prosegue tagliando la zucca e le patate a dadi piccoli.
Prendete una pentola in terracotta in cui ho versate l’olio evo e fate soffriggere il prosciutto crudo tagliato in pezzetti piccoli. Aggiungete la cipolla tagliata fine e lasciate stufare. Dopo aggiunte man mano le patate, tagliate a dadi, la verza sbollentata e infine la zucca a pezzi.

Mescolate, controllare di sale e ricoprite di acqua. Lasciate cuocere a fuoco molto basso per più di un’ora, fino a quando zucca e patate sono cotte senza essere disfatte. A parte in una padella antiaderente far scottare le fette di prosciutto fino a che non diventano croccanti.

Servite mettendo una fetta di prosciutto croccante nel piatto per ogni commensale.

Ingredienti per 4:

1 kg. verza
1/2 kg. Zucca bertagnina
1 Cipolla
1 kg di Patate
100 g. Prosciutto crudo a fette
100 g. prosciutto crudo a dadini
4 fette di pane
Olio evo
Sale


Bodino in fiamme di Petronilla

Oggi è la giornata Nazionale di Petronilla . L’ambasciatrice Anna vi racconta chi era questa donna straordinaria che non conoscevo ma sicuramente merita di essere conosciuta e ricordata. Femminista, medico donna quando ancora le donne non accedevano alle carriere maschili. Autonoma, indipendente. Era amica di Anna Kuliscioff, di Sibilla Aleramo, di Ada Negri, curava gratis, volontariamente, nella Poliambulanza di Porta Venezia a Milano le donne che erano rimaste sole perché i mariti erano in guerra.
Mi unisco ad Anna per ricordare Amalia Moretti alias Petronilla con questa ricetta, trascritta fedelmente dal ritaglio della rubrica “Tra i fornelli” della Domenica del Corriere, ritrovato tra le ricette conservate da mia zia, 96 anni, nel suo libro di cucina. Non so se la zia l’ha mai fatta, che io mi ricordi, dal 1960 in poi no. E’ stata conservata, prima che lo facesse lei, suppongo da sua madre, mia nonna, giovane sposa, fedelmente dal ’34 ad oggi passando quasi indenne per una guerra.

Portare in tavola alla fine di uno dei pranzi delle prossime feste un dolce avvolto da alte fiamme costituirà una allegra sorpresa per i commensali e un piccolo trionfo per la massaia… ebbene se volete sorprese e trionfo e alla svelta e in modo sicuro e all’economia.
Da brava massaia avrete in casa per uso di cucina, una bottiglia di quel rhum che si prepara abbastanza all’economica comprando con una lira dal droghiere un boccettino della relativa essenza e unendola ad acqua, zucchero ed alcool nelle dosi che sono chiaramente indicate sull’etichetta.
Allora mettete al fuoco nel Paiolino un litro di latte, addolcito con un etto di zucchero e tosto bolle e sempre mescolando con il bastone da polenta lasciatevi cadere a poco a poco un etto e mezzo di semolino; leggerissimamente salate e fate cucinare per 15 minuti non smettendo mai di rimescolare.
Ritirate il paiolino dal fuoco e lasciate raffreddare. Sbattere 6 uova con tre cucchiai di zucchero. Raschiare il giallo della buccia di mezzo limone e ricordate che il raschiare limone molto si presta un pezzo di vetro, dimezzate per il lungo mezzo etto di verdi pistacchi (o di bianchi pignoli se non potete avere i pistacchi).
Sminuzzare un pezzo di cedro candito. Mondate mezzo etto di uva sultanina e lavatela con un goccio di rosolio se ne avete di casalingo. Montate a neve e ben soda due albumi di quelle uova. Unite alla bianca polentina che dentro il suo paiolino sarà nell’attesa, i tuorli battuti e mescolati; i pistacchi, il cedro, l’uva e la corteccia del limone e mescolate; una presina di cannella in polvere e mescolate; un bicchierino di quel rosolio e mescolate; gli albumi montati e mescolate per bene per l’ultima volta.
Imburrate uno stampo da bodino e spolveratelo di pane finemente trito. Versateci dentro tutta la polentina.
Un’ora prima del pranzo cucinate il bodino in forno o fra le brage. Al momento di servire capovolgete lo stampo sul piatto, versate sul bel bodino dorato uno, due anche tre bicchierini di quel rhum; date fuoco con un fiammifero; e quando l’allegro bodino tra le sue allegre fiamme farà la sua comparsa sulla porta del tinello, ben allegra accoglienza gli verrà allora fatta, e accoglienza che tanto più lungamente verrà dimostrata quanto più a lungo arderanno le fiamme, cioè quanti più numerosi saranno stati quei tali bicchierini di quel tale rhum casalingo.”

Ingredienti

1 lt di latte
100 g di zucchero + 3 cucchiai
1,5 etto di Semolino
6 Uova (6 tuorli e 4 chiare, 2 chiare montate)
50 g di Uvetta sultanina
50 g di Pignoli o pistacchi
Cedro
Rhum
1 limone (la buccia grattata)
Cannella, sale, pangrattato, burro


Fave e pecorino tanto per iniziare

Mi ero ripromessa, in uno dei primi post che ho scritto, aprendo il blog, di fare una variante della ricetta postata. Avevo preparato “fave e parmigiano” ripromettendomi di farla più correttamente con il pecorino al posto del parmigiano.
Questo nel 2010. Poi il tempo è passato, nuove idee per nuove ricette. Il tempo è poco. E la memoria corta. Così la ricetta che mi ero ripromessa di fare non è mai stata pubblicata.
Oggi è la giornata nazionale delle fave con pecorino. per il Calendario della cucina italiana di AIFB. ed è la giornata giusta per pubblicare quella variante che non aveva mai visto la nascita e mantenere le promesse.

Quindi eccomi qui con la stessa ricetta ma con il cambio di ingredienti che rende giustizia alle fare e alla ricetta “Pecorino con le fare”.

La mia è un fingerfood. Buono anche per essere portato ad una scampagnata. Perché si possono portare le cialde già pronte in un sacchetto o in una scatola da biscotti. E spremere sopra all’occasione la crema di fave.
Ma tutte le occasioni credo che siano buone per la ricetta che è molto semplice.

Per le cialde

Grattugiate il pecorino toscano. In una piastra antiaderente calda posizionare un cucchiaio di pecorino e lasciare che il calorie sciolga il formaggio e si crei una crosticina sulla parte a contatto con la piastra.
Staccate dalla padella con molta attenzione e girate, per farla colorire anche dall’altra parte, per qualche secondo. Poi toglietele e mettetele ad asciugare l’esubero di olio su un foglio di carta da cucina.
Ripetete l’operazione per fare altre cialde.

Per la crema

Togliete le fave dai baccelli. Togliete il pezzettino che si trova in cima alla fava. Mettetele a sbollentare in una pentola di acqua già bollente leggermente salata. Dopo qualche minuto scolateli e mettetele in acqua fredda.
Sgusciatele e mettetele in una ciotola o nel frullatore, insieme ad un paio di cucchiai di pecorino grattugiato e le foglie di menta.
Con il mixer o frullatore tritate il tutto aggiungendo olio extravergine di oliva per ottenere una crema abbastanza densa. Assaggiate e regolate di sale. Mettete la crema in un sac a poche con un beccuccio a stella o il preferito. Su ogni cialda di pecorino spremere un poco di composto.

Ingredienti per una ventina di cialde

Un etto di Pecorino toscano grattugiato
Un chilo di fave fresche con bacello
3 cucchiai di olio di oliva extravergine toscano.
2/3 foglie di menta
Sale.


Asparagi di Cilavegna

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Per la giornata Nazionale degli Asparagi del Calendario del cibo italiano rispolvero questa ricetta per celebrare in particolare l’Asparago di Cilavegna. Un prodotto dalla Denominazione Comunale.

Del prodotto, eccellenza della Lomellina ne ho parlato anche nella rubrica Food Trotter, sempre per AIFB, per raccontare delle particolarità produttive. Tra poco inizierà anche quest’anno la sagra di Cilavegna dove si potrà acquistare e assaggiare il prodotto nel pieno del suo periodo produttivo. E” un asparago corposo, pieno.

Questo piatto nasce dalla voglia di adoperare tutto il prodotto e non perderne nessuna parte.

Pulite gli asparagi pelandoli con il pelapatate. Tagliate le punte per adoperarle in un secondo momento e fate bollire a lungo il fusto in modo da ammorbidirlo. Una volta scolati si passano con il minipimer in modo da ottenere una crema, aggiungendo una patata lessa in modo da rendere più cremoso il composto. Aggiungete il sale e passate al colino in modo da eliminare alcuni residui di gambo che potrebbe non essersi ben amalgamato al composto.

A parte prendete delle fette di pane tipo toscano, tagliate fini, o di pane da toast.

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Passatele sotto il mattarello per renderle più sottili possibili, spennellarle d’olio e posizionarle dentro pirottini o teglia da Muffin in modo che assumano una forma di cestino, che dovrà accogliere la crema di asparagi. Passatele al forno per qualche minuto a 200 gradi per tostarle. Lasciatele raffreddare.
Spremete nel concavo del cestino la crema di asparagi, decorate con qualche fettina di formaggio, e un trito fino di zeste di arancio.

Ingredienti:

Un chilo di asparagi
Una patata lessa
Una buccia di arancio
Formaggio tipo tofu o quartitolo